sabato 12 gennaio 2013

Decimo Grado Richter

Ieri ero lì che scrivevo un post polemico quando il mio mondo si è capovolto d'improvviso. 
Non starò ad annoiarvi con i fatti miei, tranquilli.
È che la vita ha un modo tutto suo di prenderti a calci in faccia.
Non lo fa certo per insegnarti qualcosa: se riesci a imparare, meglio per te.
La scossa è stata tale da rimescolarmi le priorità.
L'unica cosa che conta davvero è stare vicino alle persone importanti. È a loro che vale la pena di dedicare il proprio tempo e le proprie energie. 
Per quel che riguarda tutti gli altri... francamente me ne infischio.

giovedì 10 gennaio 2013

I musi della Parietaria 5: Paul Bettany

Giovedì, finalmente è giovedì. E oggi ho un musO davvero fico, ché nella vita bisogna pure far qualcosa per tirarsi su!
Questo signore l'ho visto la prima volta in una commedia sul tennis, un filmetto divertente, senza infamia né lode (titolo rimosso, zero voglia di googlare) e avevo notato la carinaggine del tipo. Però non mi aveva colpita più di tanto.
Poi l'ho ri-incontrato (ma solo virtualmente, sia chiaro) ne Il codice da Vinci (sì, lo so, cagata il libro cagata il film). Solo, il suo personaggio non è proprio un concentrato di fascino.
Infine, me lo sono trovato di nuovo davanti guardando quella ciofeca di Inkheart.
Sapete cosa vi dico? Per me c'è una sola, unica, incontrovertibile e sacrosanta ragione per la quale una persona sana di mente dovrebbe vedere quel film.
Questa:

 
[Lo so che il filmato è in russo, o in ugrofinnico, o in Diosolosachecosa, ma sul serio volete dirmi che ve ne frega qualcosa della voce fuori campo?]
Ha fatto il prete ammazzavampiri, l'angelo e un sacco di altre cosucce, ma, se vi devo dire come la penso, lo preferisco come dottore in Master And Commander.



martedì 8 gennaio 2013

Chiavi di ricerca

Le chiavi di ricerca che portano qui non sono mai troppo sganasciose. Per dire, niente pervertiti, o deviati, o rincoglioniti generici. Sono proprio delusa!
Va per la maggiore "X-Files" (in improponibili varianti ortografiche) e "Millenium Falcon" (sì, scritto così) e diciamolo una volta per tutte: CI VANNO DUE ENNE! Ultimamente, parecchie persone cercano anche di capire per quale motivo Ryan veda Wilfred come un uomo travestito da cane. Spiacente, non posso illuminare le vostre tenebre: non lo so. Secondo me perché è schizofrenico, ma prendetelo per quel che vale.
Ed ecco quelle di oggi:
david bowie: è anche il suo compleanno! Comunque, complimenti per il buon gusto.
tardis scala a chiocciola: sì, è bella. È piaciuta anche a me.
angeli e cuori spezzati: non so come dirtelo, ma sei nel posto sbagliato. Qua niente robaccia del genere.
david bowie immagini: ce n'è una sola, ma, ancora, complimenti per il buon gusto.
film sul silmarillion: no, grazie, comunque no, grazie.
gary oldman bello: amen, sorella (perché questa è una donna, sicuro).
louvre piramide: sì, beh, bell'ingresso, ma la roba che c'è dentro il museo è meglio.
non ho capito cloud atlas: leggiti il libro! (O, in alternativa, questo post!)
palombaro zavorra: è parecchia, fidati.
parietaria officinalis: sì, lo so, cercavi un'erba infestante e hai trovato il mio blog. Chiedo scusa.

Ah, beccatevi il nuovo singolo del Duca Bianco. È strepitoso.


lunedì 7 gennaio 2013

Cloud Atlas - il libro

Lo sapete cosa sto leggendo? Cloud Atlas e no, non guarderò il film fino a che non l'avrò finito. (E, per favore, non mi spoilerate niente.)
Allora, che posso dirvi?
Iniziamo con le cose spicciole (e un po' banali): l'inglese è difficile. Almeno per quel che riguarda le prime storie. In questo senso, la quinta (An Orison of Sonmi) è molto più accessibile agli autodidatti come me. Ci sono molti termini sconosciuti al vocabolario - almeno, a quello del mio reader - e che necessitano di un po' di pazienza e ricerche.
Se volete prenderlo in lingua originale, sappiatelo. Ovviamente, vale la pena fare un po' di fatica e leggerlo.
La struttura di Cloud Atlas, non è uno spoiler né una novità, è molto peculiare (poi ti viene da pensare che, a proporre un manoscritto del genere alle c.e nostrane ti ridono in faccia, ma vabbé, facciamoci passare alla svelta il momento dell'acido, anche perché l'hanno pure tradotto quindi va già di culo che arrivi). Ciascun capitolo è una storia a sé, che si interrompe bruscamente senza una ragione e che, tuttavia, conserva un filo che la lega al capitolo successivo. [E comunque, ancora non ho capito il motivo del titolo: aspetto con ansia il momento della rivelazione, visto che qualcosa - non vi dico cosa - che si chiama Cloud Atlas in una delle storie c'è.]
A volte, è semplicemente il fatto che il manoscritto precedente capita in mano al protagonista di quello successivo - che resta perplesso quanto noi alla brusca interruzione della storia - a volte un personaggio secondario di una storia rientra come comprimario e, in una certa misura, "motore immobile" (mai aggettivo fu più azzeccato) di quella dopo. Altre volte ancora è una caratteristica fisica, un peculiare marchio di nascita, a ritornare fuori, instillando in chi legge il dubbio che, in fondo in fondo, non si tratti altro se non di reincarnazioni successive.
Cloud Atlas è anche una sorta di catalogo letterario. C'è il diario di viaggio ottocentesco e poi il romanzo epistolare, il giallo, l'intervista - che nasconde, in realtà la fantascienza, un po' come in World War Z
I toni, la terminologia, lo stile nel suo complesso, variano a seconda della forma letteraria e dell'epoca in cui ci si trova e il lettore, in pratica, viaggia nel tempo dal passato al futuro (e, a quanto ho capito, ritorno), con l'impressione di essere alla caccia di un mistero elusivo, che quasiquasi sei lì e lo riesci ad acchiappare e ma poi, oh cavolo, ti sfugge all'ultimissimo secondo e devi ammettere, un po' scornato che no, non ci avevi capito proprio un tubo. (In questo senso, ma solo in questo, fa un po' Lost prime due stagioni: alla fine della prima credevi di avere capito e poi arrivava la seconda e no, ti ribaltava completamente ogni certezza).
Non starò a farvi una disamina tecnica, è noioso e poi non serve a un tubo: quel che vi dico è che, se vi approcciate a questo  libro, dovete farlo ben disposti a impegnarvi. Cloud Atlas chiede molto al lettore e non mi riferisco ai "problemi di traduzione" (che io ho e magari voi no). Va letto con attenzione (e occhio ai dettagli, perché prima o poi rispuntano fuori). Non è roba da ombrellone - o da tazza del cesso, tanto per essere chiari. Non è divertente, non nel senso in cui sono divertenti i blockbusteroni fantasy che mi piacciono tanto. 
È impegnativo come e quanto un libro di narrativa seria (che poi la narrativa di genere per me sia narrativa seria - a volte, anche più seria della cosiddetta seria - è un altro discorso, ma cerchiamo di capirci).
In definitiva: consigliato sì, ma a certe condizioni. 
Se non avete voglia di far lavorare i neuroni, fatevi un favore: lasciate perdere. Ma se i vostri neuroni scalpitano e vi ci vuole una boccata d'aria fresca per salvarvi dalla putredine del panorama libresco nel belpaese... accomodatevi: avete appena trovato quello che fa per voi.

giovedì 3 gennaio 2013

I musi della Parietaria 4: Tom Hiddleston

Va bene, è un musO un po' ovvio, ma, oh, chisseneimporta.
Tom Hiddleston è bello. 
Lo dico subito, così 'sta cosa ce la togliamo dai piedi. E chi se lo sogna, di negarlo? Io no davvero.
Però, in un mondo in cui la bellezza fisica conta a volte più della bravura, Tom Hiddleston è soprattutto bravo.
Quel che penso di Thor (il film) l'ho già detto, ma... andatevelo a riguardare e notate in che modo ruba la scena a Hemsworth.
Gli mangia la pappa in testa. 
Il suo Loki emerge con una tridimensionalità che - scusate - gli altri se la sognano. Ok, mi direte: il personaggio è fascinoso già di suo, ma questo, a mio modesto avviso, non significa un tubero di niente. Se avessero dato da interpretare Loki a un castagnone qualsiasi sarebbe venuto fuori una ciofeca, con buona pace dell'originale fumettoso - e dei suoi fan, probabilmente.
Insomma, è bello, è bravo, è acculturato e, a sentire le interviste, fa dei discorsi intelligenti. 
Che volete di più dalla vita?


mercoledì 2 gennaio 2013

Buoni propos... ma anche no.

Primo post dell'anno.
Quindi, a logica, dovrei fare quella cosa dei buoni propositi, che però evito perché tanto non li rispetto mai.
Che poi, son sempre i soliti. Il primo è "dimagrire". 
Ok, adesso potete anche ridere.
Invece, vi parlo di una roba che ho scoperto tipo l'altroieri grazie al commercialista. No, vi spiego: il mio commercialista è un figo pazzesco. Non in senso fisico, però scusate: è un ex-surfista, appassionato di fumetti (in particolare, Hugo Pratt), va a LuccaComics tutti gli anni, gli piace la fantascienza, mi ha consigliato un sacco di bei libri e bei film. Per dire, la prima volta che ho sentito nominare Iron Sky è stato da lui.
Comunque, si parlava di serie Tv e lui mi ha nominato The Prisoner.
Non so se l'avete mai sentita, io confesso l'inioransia e vado a spiegare per gli inioranti come me (quindi, se siete già informati, prendetela per quel che vale).
The prisoner è una serie inglese del 1967 (gli americani l'hanno rifatta nel 2009, ma il remake ancora devo guardarlo: sono andata diretta sull'originale) e parla di un agente segreto inglese che, dopo aver rassegnato le dimissioni, si ritrova catapultato dentro il Villaggio.
In pratica, arriva a casa deciso a farsi la valigia e a sparire - dopo aver cazziato di brutto l'ex-capo - e invece viene narcotizzato e si risveglia in un villaggio costruito su un'isola. 
Il Villaggio, a guardarlo così, sembrerebbe pure un bel posto: lindo, in ordine, con un sacco di gente - vestita in modo assurdo, ma vabbé - con delle attività ricreative per divertirsi, belle casette in cui abitare.
Un sacco di verde, giardini, piscine, un porticciolo delizioso, la spiaggia...
(Esiste davveero 'sto posto: è il villaggio turistico di Portmeirion, in Galles. Non è un'isola, però: è solo alla foce del fiume Dwyryd).

 
Se vuoi andare da qualche parte, ti basta chiamare un taxi: ci sono un sacco di Mini Moke pronte a scarrozzarti (c'è da dire che i taxisti filano come disperati, strombazzando per far spostare i pedoni).
Sapete qual è il problema?
Che da lì il nostro eroe non se ne può andare. Il fatto è che ha rassegnato le dimissioni, ma sa un sacco di cose. A quanto pare, non si può correre il rischio che le spifferi in giro. Perciò, invece che ucciderlo o sbatterlo in galera, è imprigionato in questa specie di gabbia dorata e non ha più nemmeno il suo nome.
Nel Villaggio, è solo e soltanto il Numero Sei. 
La cosa non è che gli stia tanto bene (la catch phrase è "I'm not a Number, I'm a Person") e, ovviamente, tenta di scappare fin dal primo giorno. Ma mica è facile, eh.
Tanto per cominciare, nonostante l'apparenza, il Villaggio è ipertecnologico. 
Ci sono microfoni spia e telecamere nascoste ovunque. Non si può fare nemmeno un passo senza che chi di dovere lo sappia. La sorveglianza armata è dappertutto, anche se mimetizzata in modo da essere invisibile. E poi c'è il Rover, che è la cosa più strana - e più affascinante, nonché il colpo di genio - di questa serie.
Il Rover è una specie di gigantesco pallone bianco - che pare uscito da una copertina dei Pink Floyd - e che sembra avere vita e volontà proprie. Quando tenti di scappare, ti insegue, ti ingloba  in una scena che fa un po' film horror e ti risvegli in casa, costretto a riprovarci daccapo.  Ammesso che tu ne abbia ancora voglia.
Ora, a questo punto uno si domanda: "Ma perché? Chi è il responsabile di tutto questo?"
In pratica, il "chi di dovere". Chi di dovere sarebbe il Numero Uno. Solo che non si vede mai. L'unico con cui lui ha contatti - e che cambia ogni volta - è il Numero Due. È il Numero Due a spiegargli perché si trova lì e perché non potrà mai uscirne. E anche cosa vogliono da lui.
Sì, perché, oltre a tenerlo di fatto sotto chiave, vogliono sapere per quale motivo ha dato le dimissioni. E il nostro non apre bocca. Al che, gli viene minacciosamente promesso che parlerà. Eccome se parlerà.
La bellezza di questa serie, che è molto Sixties, sta proprio nell'assurdo tenuto sotto controllo. Non c'è niente di particolarmente disturbante, nel Villaggio, ma, se lo guardi nell'insieme, è un carosello di pazzia. È un mondo fuori dal mondo, con regole simili al nostro (emblematico quando consegnano al Numero 6 i documenti, la tessera sanitaria, la carta di credito, insomma, tutto quello che serve per essere inserito nella macchina burocratica), ma profondamente diverso. È un mondo doppio, fatto di apparenze, dove nulla (e nessuno) è come sembra. 
E questo aspetto è così patinato, così volutamente finto, che non puoi fare a meno di domandarti quale sia la realtà dietro i veli e le maschere. 
Una serie che conta molto di più sulla tensione e sullo script che non sugli effetti speciali. Notevole, davvero.