martedì 17 febbraio 2015

L'abbandono delle serie TV - perché mi rifiuto di guardare il Dottore.

Durante il periodo di pausa del blog, ho avuto la costanza - o forse lo spirito di sacrificio, non lo so - di guardare anche l'ottava serie del Dottore.
Alla fine della quale ho preso la solenne decisione che no, io non ne voglio più sapere. E infatti lo special di Natale non l'ho guardato.
Farò finta che il Dottore sia finito con Russell Davies.
Che l'Undicesimo non mi fosse granché gradito si sapeva. Per questo avevo grandissime speranze sul Dodicesimo, specie dopo aver visto Peter Capaldi come Richelieu.
Speranze deluse? Sì e no.
Non da Capaldi, che è un ottimo attore, mangia la pappa in testa a Matt Smith e ci riporta a livelli degni.
Il problema, a mio modesto avviso, è, come sempre, la scrittura.
Non amo Moffat, non l'ho mai amato da quando ha preso in mano la main storyline. Bravo con gli episodi singoli, pessimo nel resto.
Questa ottava serie, purtroppo, è forse - ma dico forse - peggio della settima.
Sconclusionata, piena di buchi di trama, colpi di scena messi lì per fare sensazione e svegliare lo spettatore assopito, con una Clara che non sembra più neanche se stessa, trasformata in una petulante palla al piede, con il Dottore che si è rigenerato in un vecchio perché è innamorato di lei (ma da quando?) e quindi non può permetterselo...
Presi come singoli, alcuni episodi raggiungono livelli addirittura imbarazzanti.
Il primo, Deep Breath, cerca di puntare alto schiaffando un T-Rex nella Londra vittoriana (T-Rex che sputa il TARDIS) e rimettendo in scena gli automi di The girl in the fireplace, senza un briciolo del fascino originale. Tanto per non sbagliare, ci sono anche Madame Vastra, Jenny e Strax che, di tutto cuore, hanno anche un po' scassato l'anima.
Nella strategia del "facciamo sensazione così la gente guarda", il secondo episodio Into the Dalek riprende il trucchetto già visto in Salto nel buio: miniaturizziamo il dottore e spariamolo, sempre con Clara a rimorchio più un tot di soldati sacrificabili, dentro un dalek difettoso perché capace di provare sentimenti.
Dovrebbe essere interessante? Anche no.
Ma le cose possono sempre peggiorare e, a dispetto dell'ottimo livello che di solito è associato al nome di Mark Gatiss, proprio lui firma il pessimo Robot of Sherwood, in cui la guest star dell'episodio, Tom Riley, il Leonardo di Da Vinci's Demons, interpreta Robin Hood facendo il verso a Errol Flynn, con tanto di risata stentorea. (Scusate, se qualcuno deve citare Errol Flynn, tutta la vita Cary Elwes e Robin Hood in uomo in calzamaglia!) Come se non bastasse, Clara si comporta da bimbaminkia fangherleggiante e sarebbe da strozzare non appena apre bocca e il Dottore si impegna in un duello a chi è più testosteronico proprio con Robin (dovrebbe far ridere, invece è penoso). Mettiamoci anche un cattivo "perché sì" e siamo a posto.
In Listen, sembra che il Dottore si cerchi apposta qualcosa su cui indagare, perché altrimenti si annoia. Tipo "ma quando parliamo da soli, siamo veramente da soli?". Sul serio, fa questa domanda a Clara. Che una sana di mente dovrebbe solo che rispondergli: "non hai nulla di meglio cui pensare?"
Nel disperato tentativo di invertire la rotta, Moffat cala il carico di briscola: in Time Heist il Dottore deve rapinare una banca! Peccato la motivazione assolutamente cretina del misterioso soggetto che costringe il nostro Timelord preferito a infrangere la legge. I paradossi temporali si sprecano e non fanno altro che ingarbugliare le cose.
In realtà, il peggio deve ancora arrivare. Intanto, passa The Caretaker, in cui il Dottore lavora nella scuola in cui insegnano Clara e l'aMMore suo Danny (sì, in questa stagione Clara si trova un fidanzato) e sventa la minaccia di una specie di super robot da guerra alieno impazzito. Senza infamia, senza lode.
E il peggio, puntuale, arriva. Kill the Moon è, in una parola, stupido. Sembra preso pari pari da un racconto di fantascienza anni '60, con tanto di ragni lunari orridi e, cosa che mi ha fatto davvero girare le scatole, la nostra Luna che è, in realtà, un gigantesco uovo che sta per schiudersi. Tutto si gioca fra "faccio detonare la Luna, uccido il cucciolo e salvo la Terra" o "faccio vivere il cucciolo e tanti saluti al genere umano" con tanto di referendum planetario in diretta Terra-Luna (manco nei cartoni più scemi o nei più biechi film catastrofici di serie Z) e un finale che è un "statevene buoni, me la spiccio da solo, firmato: l'universo".
Spinto moltissimo dalla pubblicità, Mummy on The Orient Express cerca di riguadagnare terreno con un Orient Express spaziale che sembra preso da Matsumoto e ci ficca pure una mummia assassina per buona misura. Direi che questo è l'unico episodio decente di tutta la serie e no, non perché c'è la mummia e si sa che sono monomaniaca per l'antico Egitto, ma perché, effettivamente, ha un bel ritmo e una bella tensione.
Flatline parte da un presupposto che mi ha irritata: il TARDIS si è rimpicciolito! E il dottore c'è intrappolato dentro! Ci sono i soliti alieni cattivi questa volta bidimensionali che trasformano la gente in graffiti per studiare come diventare in 3D e conquistare il mondo... insomma, una noia.
L'episodio successivo In the forest of the night è forse il più brutto. Se la batte bene con Kill the Moon e quello di Gatiss (e, comunque, non che gli altri siano tanto meglio). Abbiamo una Londra ricoperta dalla foresta, che (si scopre alla fine) è cresciuta solo per proteggere gli umani dalle radiazioni. E i governi che vorrebbero disboscare tutto! Kattyvi Kattyvi governi! Meno male che ci pensa il dottore!
Ma siamo arrivati (stremati e frustrati e scusate la rima) ai botti finali: episodio in due parti. La prima Dark Water mette in scena la morte - purtroppo per lui cretina - di Danny. Quale modo migliore per agganciare i fan dell'inaspettato schiattamento di un beniamino? Lacrime e stridor di denti (e voragini di trama, visto che in Listen ci era stato fatto conoscere un lontano pronipote della coppia Danny-Clara) ma: Danny è vivo? È morto? È così-così? Perché lo ritroviamo catapultato in una specie di ufficio? E soprattutto, si deciderà Moffat a dirci chi è quella tizia che si fa chiamare Missy e che compare con fastidiosa regolarità a chiunque sia schiattato nel corso della serie? La risposta è sì, si deciderà. E, fidatevi, non vorrete veramente saperlo. Giusto perché durante tutta la serie non si è celato abbastanza il penoso vuoto di idee con l'omaggio (scopiazzatura) degli episodi iconici, ecco qua: alla fine dell'episodio non solo i cybermen sono, serviti, ma Missy si rivela essere la rigenerazione del Maestro. Dice ma era morto. Checcefrega, Moffat può.
Tuttavia il gran finale di serie epico (nelle intenzioni), Death in Paradise riserva ben altro, compreso il resuscitare versione cyberman il Brigadiere Letherbridge-Stewart.
Danny è eroico che più guardi signora non si può, Missy muore ma forse anche no, Clara e il Dottore si dicono addio.
E Gallifrey? No, perché sul finire del Cinquantenario ci era stato dato ad intendere che non era mica esploso! E in quell'orrido special natalizio 2013 "qualcuno" gliel'aveva fornito, al Dottore, un pack da 12 rigenerazioni in pronta consegna che manco i corrieri Amazon. Bene, di Gallifrey ci si ricorda solo ora. Missy fornisce le coordinate al Dottore, che si precipita e... ciccia. Così torna da Clara, ma ecco qui la traggedia perché il Dottore pensa che Danny sia tornato in vita e invece nisba, Clara pensa che lui abbia trovato Gallifrey e invece nisba e i due si salutano per salvaguardare la (supposta) felicità altrui.
Una coppia di dementi.
Arrivata alla fine, con un giramento a vortice di cosiddetti, ho realizzato di essere un tantino stufa di concedere attenzione e tempo solo perché una volta la serie mi piaceva. Sono tre stagioni che non è più così. Perciò mi dispiace ma basta.
Se e quando cambierà lo sceneggiatore principale, ci riproverò.
Ma per quanto mi riguarda, per adesso ho chiuso.

lunedì 16 febbraio 2015

L'ultimo samurai: il fascino antico del Giappone.

Sì, lo so che è un film vecchio di dodici anni. Ma che posso dire? L'ho visto per la prima volta solo ieri sera.
Il fatto è che sono un po' allergica a Tom Cruise. E, sì, ce l'avevo pure io il poster di Top Gun, ma dai, sul serio... ancora non vi ha stufato con tutti quei ruoli da bravo ragazzo-eroeveroammeregano? 
A me sì!
Mettiamoci pure che ho una discreta passione per il Giappone, il che porta dritto dritto al "di guardare un'ennesima rivisitazione in salsa occidentale dell'epica del samurai non ce l'ho neanche per l'anima".
Sarò snob, ma, se devo guardare o leggere qualcosa riguardante il Giappone, lo preferisco girato o scritto da un giapponese. 
In altre parole, meno Shogun e più Zatoichi, meno Clavell e più Yoshikawa.
Però ieri ero stravaccata sul divano, reduce da una lunga incursione all'Ikea (stiamo allestendo la cameretta!), su Iris passavano quello... e io ero talmente stracca - non stanca, proprio stracca - che non avevo nemmeno voglia di alzare il dito per pigiare i tasti sul telecomando.
Così l'ho visto.
La storia, a livello di trama, è cliché, ma così cliché che "cliché" non rende nemmeno l'idea. Il solito americano ex-soldato, ma buono con annessa sindrome post traumatica da stress per aver commesso - ma mica per colpa sua, eh!, agli ordini del solito superiore bastardo (che poi sarebbe l'attore che fa il cattivo di Ghost. Ma gli fanno fare solo parti da stronzo, a questo?) - atrocità a spese di un villaggio indiano inerme e indifeso, con massacro di bambini e quindi per questo alcoolizzato, si ritrova a dover addestrare le truppe del neonato esercito imperiale giapponese.
Siamo in piena era Meiji e il giovane imperatore ha un problema: il suo vecchio maestro - Katsumoto - non ha nessuna intenzione di piegarsi alla rivoluzione industriale che viene imposta al paese a discapito di tradizioni vecchie di mille anni, soprattutto perché chi propugna questa modernizzazione lo fa a suo personale vantaggio (vedi il viscido Omura).
In sintesi, il nostro americano traumatizzato inizia il suo lavoro agli ordini - guarda che caso! - del solito superiore stronzo di cui sopra e viene costretto, nonostante abbia detto chiaro e tondo che le truppe ancora non sono pronte, ad attaccare i ribelli. Cosa succede? Che viene fatto prigioniero - unico superstite - proprio da Katsumoto e portato nel suo villaggio fra le montagne dove - dopo aver smesso con la bottiglia - si convertirà ai valori dei samurai diventando più samurai dei samurai e si innamorerà (ovviamente) della sorella di Kasumoto.
Non è che proprio sia una novità assoluta: erano gli anni Ottanta e Shogun raccontava quasi le stesse cose (sì, lo so che uno è ambientato nel Seicento e l'altro alla fine dell'Ottocento, ma sempre di gaijn convertiti ai modi di vita e di pensare del Giappone si tratta).
Tom Cruise è il solito Tom Cruise. Noioso da non dirsi e con il fascino di una cocuzza (ha pure il capello unto). Svetta su di lui Ken Watanabe, che interpreta Katsumoto.
In pratica, se proprio devo dirlo, quello che fa da grande protagonista non è il nostro eroico Tom e neanche la sua controparte giapponese. Non è nemmeno l'epica del sacrificio di sé, la vittoria nonostante la morte per superiorità morale sugli avversari (le truppe che disobbediscono ad Omura e si inchinano al morente Katsumoto, oppure il giovane imperatore che, alle rimostranze di Omura gli suggerisce, nell'unico momento in cui sembra tirare fuori gli attributi, che "io sono il boss e ti dico che è così, se non ti sta bene, questa è la katana, sai cosa farci").
Il vero protagonista, quello che colpisce lo spettatore, è il fascino antico del Giappone, di questa terra in cui tradizioni millenarie sono sopravvissute intatte fino all'epoca moderna.
Sono le armature dei samurai e le katane luccicanti, tramandate di generazione in generazione, la carica dei ribelli che appaiono come fantasmi nel bosco nebbioso, gli scorci di natura incontaminata, l'acqua delle risaie che riflette il cielo, le case con il tetto di paglia e gli shoji in carta di riso, il tempio buddista tirato a lucido, la quiete del cimitero in cui si va a meditare sugli antenati, la particolare visione giapponese della morte, del tutto opposta a quella negazionista degli occidentali, per cui la vita è bellissima ed effimera, quindi godiamo di ogni respiro sapendo che, proprio come i boccioli del ciliegio, stiamo tutti morendo.
Vale la pena guardarlo?
Una volta anche sì. Non è indispensabile. Non è una pietra miliare: è tanto piacevole agli occhi quanto poco impegnativo per la mente.
Però ecco, dopo questo posso stare un altro paio d'anni senza Tom Cruise!

lunedì 9 febbraio 2015

Broadchurch 2 - la vendetta

Un anno e mezzo fa ho scoperto Broadchurch quando ormai la serie era finita, ragion per cui mi sono potuta sparare tutti gli episodi di seguito.
Ne ero rimasta incantata (e ne avevo parlato qui).
Non si erano praticamente ancora spente le telecamere che avevano iniziato a circolare notizie in merito a una seconda stagione (anche perché, a chiusura dell'ultimo episodio, c'era un assai esplicito "Broadchurch will return").
Nonostante questo, si sapeva poco e niente e la cosa sembrava estremamente improbabile, specie dopo che David Tennant aveva categoricamente smentito di essere stato contattato.
Voglio dire, Broadchurch senza il DI Hardy?
In realtà, il dubbio amletico che era venuto a me era il seguente: un crimine come quello messo in scena nella prima serie, che accade in una piccola cittadina di provincia, certo fa scalpore. Ma quante probabilità ci sono - realisticamente - che succeda qualcosa di altrettanto "pesante" da giustificare una seconda serie? Non vorremmo mica cadere in una ambientazione stile Cabot Cove, paesino nel Maine con un tasso di criminalità che Detroit a confronto è il villaggio dei puffi!
Insomma, avevo una bella quantità di riserve e, in fondo, che poi l'avrebbero davvero girata, questa seconda serie, non ci credevo poi tanto.
E invece, quatti quatti, l'hanno fatto. E, da quando è stata data la conferma, mi sono messa ad attendere come un cagnolino fedele, lingua a penzoloni e coda che spazza frenetica il pavimento.
Mi sto gustando un episodio a settimana e, anche se non ho intenzione di farne una disamina puntuale, un paio di cosette mi va di dirle.
Ora, la prima cosa che uno si chiede è: ma di cosa parla, Broadchurch?
I temi, questa volta, sono due.
Il primo, va da sé, è strettamente legato a Danny: erché, inaspettatamente, il reo confesso Joe Miller si è dichiarato non colpevole e quindi, secondo la giustizia inglese, ha diritto a un processo.
Questo riporta sulla scena tutti i protagonisti, soprattutto, quella che - oltre Danny - è l'altra vittima sacrificale della situazione: Ellie, la moglie di Joe. Dopo la scoperta del colpevole, la cittadina le si è rivoltata contro: lei era il detective e non aveva capito che dormiva accanto all'assassino? Nessuno crede alla sua completa innocenza, tutti pensano che non poteva non sapere. Così è finita a fare l'agente di polizia stradale nel Devonshire, portandosi dietro il figlio piccolo. Il figlio grande, Tom, invece non vuole avere nulla a che fare con lei ed è andato a vivere con la zia materna (la mamma con problema di gioco d'azzardo dell'aspirante giornalista Ollie). Sul banco dei testimoni e sulle sedie degli spettatori sfilano quindi tutti i vecchi personaggi, alcuni alle prese con nuovi segreti - tipo Mark Latimer che, di nascosto da tutti, incontra Tom Miller per giocare con lui come avrebbe fatto con suo figlio.
E poi c'è il secondo, che invece ha a che fare con Hardy. Perché, se ci si pensa bene, c'è un gancio piuttosto evidente che è stato inserito nella prima serie. E cioé, gli accenni a Sandbrook, il caso che Hardy non è riuscito a risolvere, quello che gli ha rovinato la vita, la salute, il matrimonio e la carriera.
Nel primo episodio di questa seconda stagione, si scopre infatti che Hardy sta conducendo - da sempre! - una indagine in solitaria e proteggendo quella che lui pensa essere una testimone-chiave: Claire (l'ex-Doctor Who e Torchwood Eve Myles), la moglie di Lee Ashworth (James D'Arcy, il Sixsmith di Cloud Atlas) principale sospettato per gli omicidi della diciannovenne Lisa Newberry e della cuginetta Pippa Gillespie.
Il nascondere Claire è, in realtà, la ragione per la quale lui ha accettato il trasferimento a Broadchurch, soffiando, di fatto, la promozione ad Ellie.
Rincontratisi in occasione del processo, Ellie ed Hardy finiscono - a causa delle precarie condizioni di salute di quest'ultimo - a collaborare nell'indagine su Sandbrook.
Diciamo che, per quanto riguarda la riuscita, forse questa seconda serie risulta un pochino più dispersiva rispetto alla prima. È un'ottima cosa che Chibnall sia riuscito ad evitare la trappola della minestra riscaldata - soprattutto grazie alle new entries relative alla parte processuale sulle quali svetta una Charlotte Rampling immensa nelle vesti della pubblica accusa - e che abbia resistito alla tentazione di scavare alla ricerca di altri segreti dei personaggi (e quanti ne devono avere, poveracci?), concentrandosi invece su un altro crimine e i suoi protagonisti - Claire, Lee e la famiglia Gillespie.
D'altra parte, avendo due direzioni da seguire, ho un po' la sensazione che sei episodi siano pochi e, visto che, se non ho capito male, quello di stasera è l'ultimo, mi domando come farà a concludere tutto senza comprimere troppo. Ha messo molta carne al fuoco, seminato, nel corso degli episodi, dubbi sulla colpevolezza di Ashworth con grande maestria - e James D'Arcy è bravissimo a regalarci un colpevole designato che proprio non si riesce ad odiare - quindi... come farà in modo di quadrare il cerchio?
Non vedo l'ora di scoprirlo!

martedì 27 gennaio 2015

Gattoverso

Ogni scarrafone è bello eccetera eccetera e questo vale per i bambini e, ho scoperto, pure per i pelosi di casa.
Nel mio caso, il peloso è una gatta. (Non che non mi piacciano i cani, ma ho un debole per lo spirito indipendente e la verve dei gatti!)
Non vi capiterà mai di parlare con l'orgoglioso proprietario - che poi, sul chi appartiene a chi discutiamone - di un felino senza sentirvi dire che come l'amato cucciolo di casa (sono sempre cuccioli, anche quando il tempo passa) proprio al mondo guardi signora non ce n'è.
Non faccio eccezione neanche io, intendiamoci.
Ma a un certo punto... chissenefrega?
La Mina è in casa nostra da quasi un anno - dieci mesi, più o meno - e, senza essere retorica, ci ha cambiato la vita.
Mi ha cambiato la vita.
Questa è una delle cose che chi non ha mai avuto un animale - e io, a parte una tartaruga e un gatto "da cortile" quand'ero piccola, facevo parte della categoria - proprio non capisce.
Il motivo per cui il non-proprietario rimane basito quando, per ipotesi, sente parlare di "spese per il veterinario", specie se si tratta di un non-proprietario convinto che "le bestie si curano da sole" (grossa vaccata, peraltro), oppure quando dici che no, il cibo da supermercato se lo tengano, grazie, tu al peloso compri roba di qualità perché le marche più popolari sono anche quelle piene di appetizzanti e con un apporto di nutrienti del tutto sballato e a lungo andare causano problemi renali.
Eppure, è così.
Io so che quando arrivo a casa, che sia stata una giornata buona o cattiva (e a maggior ragione quand'è stata cattiva), il miagolio di saluto e le fusa mi rimettono in carreggiata. E che anche nei momenti neri lei riesce a strapparti il sorriso e ad alleggerire l'atmosfera e non le ci vuole mica tanto: le basta un sacchetto, o una pallina, o un nastrino, oppure un topo finto.
So che stare sul divano a leggere è più bello se lei, dopo aver giocato, arriva, ti salta in braccio e, tutta fusacchiante, si mette comoda e si rilassa sulle tue gambe.
Ed è incredibile come sappia farsi capire quando vuole qualcosa, che sia cibo, coccole, giocare o, semplicemente, che le venga aperta la porta del terrazzo perché le va di andare fuori a prendere un po' di sole e a stalkerare dall'alto la gente che passa nel cortile.
E adesso che dormo poco - perché tocca mettersi su un fianco e tenere sollevate le gambe ed è di una scomodità assoluta o perché, eh, la natura chiama e pure spesso - quando mi sveglio, lei è lì, un piccolo corpo caldo e peloso, che solleva il musetto, si stiracchia, sbadiglia e inizia a ronfare come un motorino. O che, se devo andare, mi accompagna in bagno andata e ritorno, salta sul letto, si fa fare due coccole sempre ronfando e poi si acciambella e rimette a dormire, ben appiccicata al mio fianco.
Perché non sia mai che non mi stia attaccata: mi segue dovunque io vada, mi aspetta se ho da fare - ma miagola se ci metto troppo e non la considero abbastanza -, si mette sul bracciolo del divano accanto a me se sono seduta a tavola e, se sto mangiando, aspetta che abbia finito di fare quel che sto facendo, perché sa che quando c'è apparecchiato si sta al proprio posto (se invece sto scrivendo è una lotta senza quartiere perché vuole i fogli, vuole la penna, pensa che la tastiera sia una promenade e cose così).
Sono convinta che sia stata la prima ad accorgersi che ero incinta, perché, di punto in bianco, ha iniziato a venirmi a impastare sulla pancia, giusto nei giorni in cui probabilmente Davide è stato messo in cantiere, quando non l'aveva mai fatto prima.
E la panza è al centro delle sue attenzioni: ci si appoggia contro, ma sa - lo sa! - che non deve salirci sopra, ci fa le fusa (e Davide, se è sveglio, calcia in risposta) e ogni tanto la annusa, strusciandoci contro la testina.
Quando sono dovuta stare a letto per una settimana, prassi comune dopo aver fatto la villocentesi, ha passato ore accanto a me... aspettando che fosse Simo a rientrare, la sera, per chiedere di giocare.
Poi, è un gatto e come tale predisposto a rompere le scatole quando vuole qualcosa (e lei è particolarmente sfinente quando ci si mette), ma per me questo non è un difetto: è un valore aggiunto.
Si chiama personalità e lei ne ha da vendere!
Lo è anche per Simone, che inizia lamentandosi, ma di fatto ne è deliziato e finisce per obbedire alla gatta.
Lei miagola, lui le fa il verso... e inizia una strana conversazione a due in una lingua tutta loro. Con Simo che prova a fare versi e la gatta che lo imita con precisione straordinaria: tono, durata eccetera.
Sembrano storie, ma sono vere.
Dicono che i gatti siano opportunisti. Che non gliene importi nulla dell'umano se non in quanto fonte di cibo.
Ecco, secondo me chi fa un'affermazione del genere non ha mai avuto a che fare con un gatto. Forse con i cani. Al massimo, un pesce rosso.
I gatti sono diversi e vanno lasciati liberi di essere quel che sono. Se pretendete una dipendenza assoluta, fate un bel lavoro, prendetevi un cane. Anzi, meglio, lasciate stare pure quello, perché gli animali non devono essere adottati - tantomeno comprati! - per gratificare l'ego del padrone facendolo sentire indispensabile.
Ma se volete un gatto e volete instaurare con lui un bel rapporto, cominciate a pensare come un gatto.
Rispettate i suoi spazi, imparate a leggere i suoi segnali: vi farà capire quel che gli piace e quel che non gli piace. E più lo rispetterete, più imparerà a fidarsi di voi e vi ripagherà con un affetto che non ha eguali.
La Mina era una gatta di strada. Una signora l'ha trovata che miagolava disperata, nascosta sotto la sua auto, una sera di febbraio dell'anno scorso, durante un acquazzone. L'ha presa con sé, l'ha fatta curare e sterilizzare (e sottolineo a sue spese, perché non sono tante le persone generose che farebbero altrettanto) e le ha cercato una famiglia perché non poteva tenerla, visto che l'altra sua gatta proprio non la accettava.
L'ha data via con le lacrime agli occhi e mi ha confessato che, se non avesse trovato nessuno, di certo non l'avrebbe rimessa in strada: l'avrebbe tenuta, a costo di dover vivere con una gatta in cucina e una in camera per evitare incontri di lotta libera.
Mi piace pensare che la Mina abbia chiesto disperatamente aiuto e che qualcosa - o qualcuno - lassù l'abbia sentita. Poteva non succedere e l'alternativa mi gela il sangue.
Ma è successo. A volte si chiede e si riceve e questo è, per me, un piccolo miracolo che mi infonde speranza ogni volta che ci penso.
E poi sono arrivata io.
Si potrebbe pensare che io abbia fatto tanto: l'ho adottata e lei ho dato una bella vita (e lo è, perché non le manca niente, né a livello di affetto né a livello di cure e lei dimostra ogni giorno di essere una gatta felice).
Ma sapete una cosa? A paragone di quel che lei dà a me, è nulla. Mi ripaga ogni giorno, ogni minuto, con un affetto e una dedizione che non hanno prezzo perché rende la mia vita migliore.



lunedì 26 gennaio 2015

A Midsummer's Night Steampunk - Scott E. Tarbet

Ma che, ti è presa la fissa dello steampunk?
No, in realtà no. È solo che sto recuperando vecchie letture in attesa nel Paperwhite da mesi e questa (insieme alla precedente e ad alcune che seguiranno) fanno parte di un bundle che trattava proprio di steampunk.
Avete presente il Sogno di una notte di mezza estate, proprio lui, quello di Shakespeare, con il re delle fate Oberon e la Regina Titania che si litigano un paggio, il folletto Puck, le coppie di innamorati e la compagnia di artigiani che deve presentare una recita alle nozze di Teseo e Ippolita?
Scott E. Tarbet ha avuto la geniale idea di rivisitarlo in chiave steampunk... ed eccoci quindi a Londra, in pieno giubileo di diamante della regina Vittoria, durante il quale una compagnia artigiani meccanici ha l'onore di presentare a Sua Maestà, una recita.
Come? Volete sapere cosa sono gli artigiani meccanici?
Sono le creazioni del dottor Oberon Malieux, geniale scienziato che ha scoperto come "riparare" i reduci della Grande Guerra con gli Zulu trasformandoli in... in cyborg adattati a vari generi di lavori: e così il sarto Robert Starveling è metà uomo e metà macchina da cucire, il tessitore Francis Flute ha ferri per il lavoro a maglia al posto delle dita,  Nick Bottom è un mantice umano, il carpentiere Peter Quince ha un paio di pinze da fabbro al posto della mano sinistra e un martello pneumatico al posto della destra, Snug ha di umano solo la testa, che sormonta una macchina aggiustatutto semovente, Tom Snout, di professione carpentiere, ha un'enorme bocca piena di ceselli e scalpelli affilati.
Sono una fascia di popolazione discriminata e confinata nel sobborgo di Bethnal Green, dove vive anche il Dottor Malieux, che gestisce - se vogliamo dire così - la Bethnal Green Madhouse, aiutato dal suo fedele servo Shaka, un enorme guerriero Zulu al quale sono rimaste solo la testa, la spalla e il braccio sinistro e metà del torso, mentre il resto è tutto di metallo nero e carbonio.
E poi ci sarebbe Lakshmi, la moglie (o ex moglie) del dottore, arrivata sul dirigibile Ganesh direttamente dall'India per riprendersi Jubal, un piccolo automa che Shaka le ha rubato per conto del dottore e che nasconde un segreto, con un esercito di insetti meccanici senzienti.
La storia di tutte queste persone si intreccia da un lato con quella delle due coppie di innamorati, Pauline Spiegel e Alexander McIntyre e Clementine Hozier e niente popòdimeno che il Tenente Winston Leonard Spencer-Churchill, e dall'altro con le complicate relazioni diplomatiche fra Inghilterra e Prussia con tanto di apparizione del Kaiser Wilhelm in persona (che vorrebbe un esercito di Enforcers, che sono il prodotto delle sperimentazioni del dottor Malieux sui pazienti del manicomio, specificamente adattati alla guerra).
Lakshmi rivuole il suo automa, il dottore vuole conoscerne il segreto, che, a parte Lakshmi stessa, solo Pauline può svelare, il kaiser vuole il suo esercito... e questo porta a una corsa attraverso Londra, a una caccia senza quartiere che vede entrare in scena il peggiore degli Enforcer, nient'altro che un Jack Lo Squartatore reso cyborg e ansioso di riprendere le sue attività preferite.
Fra dirigibili, chiatte fluviali senzienti, insetti-spia e dirigibili dotati di volontà propria, micromechs e megamechs, riusciranno i nostri eroi a sventare i malvagi piani del kaiser e neutralizzare il perfido dottore?
A Midsummer's Night Steampunk è la dimostrazione che le buone storie non passano mai di moda: rispettando la trama generale dell'opera shakespiriana, inserendo elementi di genere, ampliandone il contesto (specie per quanto riguarda le tensioni sociali derivanti dalla presenza dei Mech) e pigiando sull'acceleratore dell'avventura, Scott Tarbet confeziona un ottimo prodotto, divertente e appassionante, che non vi permetterà di mollarlo finché non l'avrete finito!
Consigliatissimo!
Se volete sapere di più sull'autore, questo è il suo sito.

martedì 20 gennaio 2015

Lo Steampunk sbarca a Bollywood (e si contamina con il romance) - The Darian Affairs Trilogy - Susan Kaye Quinn

Nelle mie notti semi-insonni da donna gravida (dicono che le donne incinte abbiano sempre sonno, per quanto mi riguarda è l'esatto contrario), mi sono fatta fuori, fra l'altro, anche questa trilogia.
Il primo libro, Third Daughter, l'avevo acquistato in un bundle ed è rimasto lì a giacere per un anno, finché l'altra notte, scorrendo il mio elenco sul Paperwhite, mi sono detta: ma perché no?
Finito il primo libro, volevo il secondo. E finito il secondo, beh, una volta fatto trenta, perché non fare trentuno?
Dunque... i tre libri sono ambientati in un mondo alternativo - ha due lune, quindi la Terra non è di sicuro! - che ricorda molto l'India pre-colonizzazione inglese e, devo dire, questa ambientazione Bollywoodiana, con sete, colori e gioielli costituisce buona parte del fascino della trilogia.
Per il resto... abbiamo una principessa, una Terza Figlia, che non aspetta altro se non compiere diciotto anni per potersi sposare per amore e non in un qualche matrimonio combinato, e che - da, brava eroina, è ribelle e casinista quanto basta.
Abbiamo un sacco di tecnologia a vapore, ruote, ingranaggi e tutto l'armamentario di ordinanza dello steampunk. E, sì, abbiamo dei dirigibili, di fatto l'ultimo ritrovato tecnologico ancora segreto, in grado di volare per via di un gas che si chiama navia. E, sì, poi ci sono la Seconda e la Prima figlia, ma loro sono poco più che pretesti.
E un principe! Come ho fatto a dimenticarmi il principe? Che è barbaro, propone alla Terza Figlia un matrimonio di facciata per salvare il suo regno, e che è l'ultima persona che lei vorrebbe sposare.
Ora, come potete ben capire, non è che si tratta di un capolavoro della letteratura.
È uno young adult, con il merito di non cadere nelle solite tematiche trite e ritrite, di avere anche una buona dose di avventura, che accelera il ritmo e certo non dispiace, e un'eroina tutto sommato potabile invece della Mary Sue d'ordinanza. Le componenti steam e romance sono ben bilanciate fra loro e, anche se l'autrice ha un po' la mania di accoppiare tutti i suoi personaggi, tutto sommato è sopportabile.
Per il resto, che dire? La scrittura è buona e molto curata, l'inglese si segue benissimo anche senza l'uso del vocabolario, i libri hanno un prezzo estremamente contenuto (2.99€ cadauno)... direi che vale la pena provarli!

lunedì 19 gennaio 2015

Back On Line

Ehm.
Salve.
Sì, lo so che non scrivo qui dentro da secoli (luglio?) e un po' me ne vergogno. Però oggi mi è venuta voglia di riaprirlo, questo posto polveroso, e di riprovarci.
Vediamo di spazzare il pavimento, spolverare e arieggiare un po' l'ambiente. Meno male che avevo portato fuori la spazzatura, prima di andare, altrimenti sai che casino.
Che cosa ho fatto in questi mesi?
Ho scritto. Non ho finito niente, ma ho altre due storie nel bel mezzo di.
Ho guardato serie tv e, nel caso del Dottore (quello col numero dodici), mi sono arrabbiata e gli ho detto addio. Senza neanche guardare lo special di Natale.
Ho letto, molto, soprattutto in inglese.
Sono andata in ferie ed è finita peggio che un'esperienza fai-da-te-no-Alpitour.
Ho continuato a viziare la gatta.
Ho ricevuto una proposta editoriale entusiasmante e sto lavorando per.
Ho preso in pieno la scuffia della crisi, al lavoro, con tutto quello che comporta. No, non è facile e no, non è risolta. Anzi. Ho appena saputo di aver perso un altro lavoro (in favore di una collega che fa prezzi da fame e lavora da schifo). Capite, non è che proprio sprizzi gioia da tutti i pori, in questo momento. Più che altro mi girano le palle e ho una gran voglia di fare un esposto all'ordine.
E last but non least (decisamente not least!)... con il mio compagno abbiamo messo in cantiere un figliolo.
Davide nascerà a fine aprile (o primi di maggio, se decide di farsi attendere).