giovedì 17 dicembre 2015

Cosmo ORO 1 - Cittadino della Galassia (R.A.Heinlein)

Non so se si possa dire che è un buon proposito per il 2016, ma l'altro giorno ho deciso che avrei letto tutta la collana Cosmo Oro in ordine di uscita.
Follia? Forse.
Ci riuscirò? A saperlo. La Cosmo Oro conta 202 libri. Anche macinando parecchio (e io sono una lettrice veloce), è tanta roba.
Ora, alcuni li ho già letti (Slan, tutto il Ciclo di Dune, Non-A, Il Grande Tempo, La svastica sul sole, Il gioco di Ender, La Mano Sinistra delle Tenebre, Nata dal Vulcano, Vazkor figlio di Vazkor, La porta dell'infinito, I dragonieri di Pern... tanto per dirne qualcuno), ma per ora l'intenzione è rileggerli tutti quanti.
L'ho pure scritto su FB, a imperitura (?!) memoria della mia follia. Mi sa che non dormo abbastanza e il neurone inizia a sbarellare. 
In più ho deciso (sì, tanto perché il tempo mi avanza) di fare una brevissima recensione per ciascun libro.
Davide aveva tentato - su Strategie evolutive - di fare la stessa cosa con la Fantacollana Nord (che si sia interrotto perché qualche furbastro stava plagiando i suoi post spacciandoli come proprio è, purtroppo, storia).
Perciò, bando alle ciance.
La prima uscita della Cosmo Oro è un romanzo di Robert Heinlein del 1957: Cittadino della Galassia.
Ora, lo dico piano piano piano: io di Heinlein avevo letto soltanto Fanteria dello Spazio.
Sì, lo so.
Mi cospargerei il capo di cenere, ma trovare il tempo per farsi una doccia è un casino anche senza impiastricciarsi la testa.
In breve, Cittadino della Galassia (che è un romanzo per ragazzi) è la storia di Thorby: venduto da ragazzino su Sargon e acquistato (in realtà salvato) dal mendicante Baslim lo storpio, vive tutta una serie di avventure alla ricerca della sua identità e della sua famiglia.
Cosa? Vi sembra Remì? 
Siete fuori strada, gente. Innanzitutto, Heinlein non è neanche lontanamente così melenso. E poi Cittadino della Galassia è una storia, mica un'ecatombe di personaggi!
La lettura si è rivelata sorprendentemente divertente (che volete farci? Io Fanteria l'ho trovato pesante). 
Trascinato per la Galassia dall'ultimo desiderio di Baslim, quello di fargli scoprire, finalmente, la propria identità, Thorby viene sballottato in un universo vasto e diversissimo. 
Dal lontano Sargon, una sorta di impero babilonese in forma planetaria, retto secondo il codice di Hammurabi (Heinlein non lo dice, ma se uno ha un minimo di occhio se ne accorge eccome), alla Terra, la culla della civiltà umana, ormai un pianeta per pochi privilegiati, super-ricchi che muovono interessi economici mastodontici, a capo di corporation multiformi e tentacolari.
E poi, vaganti nello spazio-N, le astronavi-famiglia dei Liberi Mercanti, gli spaziali, quelli che, quando atterrano su un pianeta, scendono sulla terrasporca, e per i quali chi non vive nello spazio è un fraki (un animaletto piuttosto disgustoso ma inoffensivo, termine che loro utilizzano, in senso dispregiativo, per gli stranieri). La loro organizzazione sociale è la cosa che mi ha affascinato maggiormente: ogni astronave è la casa di una Famiglia, un vero e proprio clan, con nonni, zii, cugini di primo e secondo grado, retta da un regime matriarcale. I membri della Famiglia hanno una sorta di doppia identità: al rango familiare corrisponde un incarico a bordo.
Nei suoi viaggi, Thorby passa da schiavo a mendicante, da mendicante a liberto in fuga. Viene adottato da una famiglia di Liberi Mercanti e poi diventa una Guardia Egemonica (in realtà, Baslim ha un altro scopo, oltre che rendere a Thorby la propria identità: il ragazzo deve consegnare a una nave militare Egemonica - una qualsiasi - un messaggio che gli è stato affidato sotto suggestione ipnotica).
Il mendicante storpio - che è molto più di quello che sembra - si rivela essere una forza motrice inarrestabile e piega alla sua volontà uomini e mezzi, riscuotendo vecchi debiti e riuscendo, alla fine, a restituire al ragazzo il suo nome e la sua famiglia (che poi questo sia l'inizio della parte più difficile e pericolosa delle avventure di Thorby è  un altro discorso).
Se il protagonista non è proprio degno di nota (almeno quasi fino alla fine, quando finalmente prende in mano il proprio destino)  giganteggiano i personaggi secondari, fra tutti Baslim lo storpio con i suoi segreti e la sua identità tutta da scoprire e la Nonna, che governa con pugno di ferro la Sisu, l'astronave su cui viene adottato Thorby in fuga da Sargon.
Non a caso, sono figure importanti per Thorby stesso che, anche quando li perderà - sì, è uno spoiler, ma piccolo - continuerà a fare riferimento a loro e ai valori che gli hanno trasmesso.
Cittadino della Galassia si legge d'un fiato e se ne vorrebbe ancora, perché molte domande sono lasciate in sospeso. Domande che riguardano la morte dei genitori di Thorby, per esempio. O la sua battaglia per rendere la schiavitù antieconomica.
Dal punto di vista della scrittura, io l'ho trovato magistrale. È un esempio perfetto di less is more: Heinlein non si perde in spiegoni, né in descrizioni ridondanti o complicate. Va dritto al punto e dipinge affreschi vividi e affascinanti di civiltà e culture diverse e fa sentire il lettore come un esploratore del cosmo.
Molto, molto, molto soddisfacente.

martedì 3 novembre 2015

Mammitudine

Sapete quant'è che penso a questo post? Un mese.
Non è che sia una roba così importante da meditarci sopra così tanto. Semplicemente, non ho tempo.
Il tempo diventa una strana faccenda, quando sei mamma.
Perché da un lato non ne hai proprio più: del tipo che scordati di truccarti o di farti una luuuunga doccia. Già lavarsi a pezzi è una conquista. Ma anche una telefonata fiume con un'amica (non è che non possa telefonare, se sono a spasso con Davide. Solo che non voglio distogliere la mia attenzione da lui. Sapete, quando è nel passeggino, o nel marsupio, un po' si guarda intorno, ma poi alza gli occhi e mi cerca. Il contatto visivo è importante quanto quello fisico... e come faccio ad accorgermene se sto parlando di altro al telefono? Uno dei lati positivi della maternità, nel mio caso, è che non sto più col telefonino in mano. Se non per fargli delle foto. Ho migliaia di foto. Ho già dovuto svuotare l'iphone tre volte). O una session di scrittura (ah, la scrittura!).
E badate bene che non mi sto lamentando, eh.
Dall'altro il tempo rallenta. O almeno, il mio. 
Ho ripreso a lavorare a dieci giorni dal parto, lasciando Davide ai miei mattina e pomeriggio, con gli ovvi intervalli per le poppate.
Al tempo mi è sembrata una buona idea. Se proprio devo confessarvelo, non sono mai stata tanto spaventata da qualcosa come i primi giorni a casa con lui. Non è che sia un demonio, anzi. è un bambino buonissimo.
Ma è che dopo nove mesi di pancione - con tutto quello che comporta e, nel mio caso, aggiungeteci dieci giorni di ritardo, dieci ore di travaglio indotto con ossitocina, l'epidurale che non ha funzionato e, dulcis in fundo, taglio cesareo alle due e mezzo del mattino - non sei proprio preparata.
Non c'è corso preparto che tenga: quando esci dall'ospedale tutta baldanzosa (ancora con l'adrenalina in circolo) e porti il pargolo a casa non lo sai, ma sei appena piombata in un mondo strano. Sconosciuto. E spaventoso.
Hai gli ormoni che sballano - quel fantastico mix che ti ha tenuta calma nove mesi sta calando a velocità vertiginosa - e ti arrivano addosso a ripetizione ansie, paure e, purtroppo, consigli non richiesti.
Ancora stai tentando di capire cosa stia succedendo e devi pure fare i conti con il vortice di parenti/amici/conoscenti entusiasti, deliziati e, ahimé, prodighi di saggezza tramandata nei secoli.
Insomma, non è facile per niente. I miei hanno agito da cuscinetto, smorzandomi un po' l'impatto con la maternità.
Ho avuto il tempo di abituarmi e anche un ottimo esempio da seguire.
E poi, quando gli ormoni sono tornati al loro posto e la routine si è assestata, ho cambiato le mie abitudini: al mattino loro tengono Davide e io lavoro.
Al pomeriggio, faccio la mamma. 
In esclusiva.
Ed ecco perché dico che il tempo è rallentato.
Perché mi godo ogni attimo con lui - che sia la passeggiata (e, volete un consiglio non richiesto?, se pensate di avere un bambino... compratevi un marsupio! E non andate a risparmio, compratene uno di quelli comodi per voi e per lui e portatevi addosso vostro figlio. Non c'è nulla di più bello al mondo!), o la nanna insieme, o un po' di allattamento (anche lì, altro consiglio non richiesto: fregatevene di orari, regole o di chi vi dice che deve mangiare ogni tot ore: quando vuole ciucciare, attaccatelo, fa bene a lui e a voi), oppure, sì, un cambio pannolino (ho calcolato - per difetto - che, in quasi sei mesi, gli ho lavato il sedere qualcosa come duemilaquattrocento volte).
Non ho mai camminato tanto (né fatto tanta fatica): non solo ho perso i chili della gravidanza... ne sto perdendo anche dei miei (e male non fa).
Vale la pena, ogni singolo secondo.
Anche quando, alle quattro del mattino, striscio letteralmente per il corridoio perché, nel lettino, lui si è svegliato e reclama (poi ti affacci sopra le sbarre, rimbambita dal sonno come neanche quando tornavi da ballare qualche era geologica fa, e vieni accolta da un gheeee e un sorriso sdentato. In quel caso, gheee significa "ciao, fonte primaria di cibo. è una splendida giornata, io sono riposato come non mai, per cortesia,  prenderesti in considerazione di tirarmi fuori di qui?" Tu gli fai "Sì amore, ma mamma ha sonno" e lui sorride ancora di più, agita le braccine e fa "gheee" e lì capisci - te lo senti nelle ossa - che hai finito di dormire e la giornata ti è appena iniziata sotto il naso).
Che poi... non ti fa più schifo niente. Io, prima, non ho mai voluto cambiare un pannolino: ho due cuginetti che sono cresciuti con i miei e un nipote di quasi quattro anni. Dirmi "dai cambialo tu" era uno degli scherzi preferiti dai miei per via della mia espressione colma di orrore.
E quando Davide ha sporcato il primo pannolino... voilà, l'ho cambiato al volo. Senza battere ciglio. Conoscevo bene la teoria, mi direte. Sì, ma mi sono stupita di me stessa.
Sembra scontato, ma... cambia tutto. Cambi tu, cambi dentro e non sto parlando di oceani d'amore per la tua creatura (ci sono anche quelli). Sto parlando del fatto che, di colpo, non sei più figlia, sei madre. Non sei più quella che viene protetta, ma quella che protegge e tutto il resto, tutto quello che ti ha spaventato, preoccupato, fatto venire l'ansia prima... perde di significato.
Quell'affarino che è appena entrato nella tua vita ha reimpostato la prospettiva. Ha tirato fuori una forza che non pensavi di avere e adesso, quando guardi indietro, quando ti soffermi a considerare i problemi che ti sembravano tanto insormontabili... non capisci per quale dannata ragione!
Sono una mamma fortunata: Davide è un bambino di buon carattere, sorridente e tranquillo. Piange molto poco, fondamentalmente, solo se ha fame o se ha sonno e non riesce ad addormentarsi. Non ha mai avuto coliche, né alcun problema di salute: stiamo seguendo l'iter delle vaccinazioni e, per ora, non ha mai avuto nemmeno la febbre.
Alcune delle mie amiche del corso preparto hanno bambini decisamente più impegnativi. Forse, se mio figlio fosse un po' meno bonaccione, non la penserei così e sarei molto meno rilassata. Certo, dormire un po' di più non mi farebbe schifo, ma, nel complesso, direi che posso anche accontentarmi, no?

giovedì 16 aprile 2015

Eccomi, eccomi!

Lo so che avevo detto che avrei aggiornato di più eccetera eccetera, ma qua le cose scappano di mano che non avete idea.
Quindi, rapidissimamente.
  1. sono ancora incinta, nel senso che Davide è ancora nella pancia: in realtà mancano nove giorni alla data presunta del parto (poi bisogna vedere cosa decide lui): ci siamo lasciati alle spalle il conto dei giorni a tre e due cifre. Siamo arrivati alla cifra singola. Guardo la schermata del regolo ostetrico mi viene in mente quando diceva "alla data del parto mancano 287 giorni". Fa un po' strano.
  2. lui è all'incirca 2.5 kg, costituzionalmente piccino. Quindi sono sotto monitoraggio. In compenso, nella botte piccola ci sta il vino buono o, quantomeno, frizzante: si muove di continuo e non so cosa ci faccia lì dentro, se balli la rumba, tenti bungee jumping sulla vescica, oppure abbia preso i miei reni per un punching ball. Fatto sta che la mia pancia è un sussulto continuo!
  3. Sono alla fase di balenottera spiaggiata: ho sfondato il tetto degli ottanta chili (partivo da sessantacinque che già per la mia non stratosferica altezza erano tantini).Ho le caviglie gonfie, i piedi a pagnocchella e anche cose tutto sommato molto semplici, tipo infilarsi pantaloni, calze e scarpe, girarsi nel letto, fare una passeggiata sono diventate grandi manovre. 
  4. La notte si dorme poco e male. Sapete cosa nessuno vi dice della gravidanza? Che russerai come un enorme pirata ubriaco marcio tutte le notti e ti sveglierai da sola!
  5. ho firmato la proposta editoriale che non si poteva rifiutare. Non è detto che la storia esca - oh, magari fa schifo e la rifiutano! - ma sono in piena stesura. È uno shitty first draft, ma mi sono lasciata alle spalle le pippe mentali della serie "oh, no, fa schifo!" per buttare giù parole. Non posso davvero correggere quel che non scrivo, vi pare?
  6. ho letto robe interessanti - uno su tutti Achilles Vs Mecha- Hector - che vi consiglio caldissimamente. Vale certo di più dei novantanove centesimi che costa.
  7. ho letto anche manuali di scrittura "motivazionali". Prima ho ripreso Mugging the Muse (gli esercizi sono ottimi per sbloccarsi) e poi You are a WRITER (so start acting like one) che si è rivelato un toccasana (è pure aggratis, quindi, che aspettate?) e che mi ha portato anche all'articolo Shitty First Draft di Anne Lamott, che vi consiglio. Vi consiglio anche questo articolo. Donna interessante, la Lamott.

Writing: shitty first drafts. Butt in chair. Just do it. You own everything that happened to you. You are going to feel like hell if you never write the stuff that is tugging on the sleeves in your heart — your stories, visions, memories, songs: your truth, your version of things, in your voice. That is really all you have to offer us, and it’s why you were born.

venerdì 20 marzo 2015

Bambini sintetici

Non abbiamo inventato mica noi la famiglia. L’ha resa icona la Sacra famiglia, ma non c’è religione, non c’è stato sociale che tenga: tu nasci e hai un padre e una madre. O almeno dovrebbe essere così, per questo non mi convincono quelli che io chiamo i figli della chimica, i bambini sintetici. Uteri in affitto, semi scelti da un catalogo. E poi vai a spiegare a questi bambini chi è la madre. Ma lei accetterebbe di essere figlia della chimica? Procreare deve essere un atto d’amore, oggi neanche gli psichiatri sono pronti ad affrontare gli effetti di queste sperimentazioni. 

La settimana scorsa è uscita, sul settimanale Panorama, un'intervista agli stilisti Dolce e Gabbana. Premesso che di loro non me ne importa niente e che Panorama non è il mio genere di lettura, ho beatamente ignorato la questione - nel senso che proprio non ne sapevo nulla - fino all'altroieri quando, in un post su Facebook, è stato linkato un post scritto da Heather Parisi a commento della questione.
Il post linkato, come spesso succede, ha dato luogo a una discussione nei commenti.
Di solito, mi tengo alla larga da certe questioni, ma questa volta alcune delle opinioni espresse mi hanno toccata nel vivo.
Molto nel vivo.
Tanto da farmi decidere di scrivere questo post.
Che sarà lungo, sarà complicato e forse anche pesante.
Non siete obbligati a seguirmi.
Disclaimer: ho letto tutta l'intervista a Dolce e Gabbana. Perché volevo essere sicura di aver capito bene. Troppe volte si finisce per distorcere il significato di un discorso perché se ne ha a disposizione solo una parte.

Ora, secondo me, il discorso dello stilista era limitato alle coppie gay e già c'è da discutere su questo.
Il problema è che, a volte, apriamo la bocca e diamo fiato, senza considerare l'ampiezza della questione di cui stiamo amabilmente discettando.
Nel caso del signor Dolce, lui non si è reso conto che, oltre appunto alle coppie gay (con tanto di Elton John che si erge a paladino del diritto ad avere figli), ci sono migliaia di coppie etero costrette a ricorrere a questo tipo di ausilio... e che - giustamente - si sono risentite di sentir chiamare il proprio figlio "bambino sintetico".
Personalmente, non sono d'accordo con quel che dice lo stilista né in un ambito, né nell'altro.
In questo senso: se lui non si sente "in diritto" di avere figli in quanto gay ("Sono gay, non posso avere un figlio. Credo che non si possa avere tutto dalla vita, se non c’è vuol dire che non ci deve essere. È anche bello privarsi di qualcosa. La vita ha un suo percorso naturale, ci sono cose che non vanno modificate. E una di queste è la famiglia.") sono squisitamente fatti suoi. Se altri, invece, ne hanno desiderio, non vedo perché non debbano realizzarlo.
Il "se non c'è vuol dire che non ci deve essere"... a questo rispondo con un bel "parla per te". A me pare un discorso abbastanza fatalista. Non lo condanno. Dico solo che non tutti sono fatalisti.
"È anche bello privarsi di qualcosa", di nuovo, sarà valido per te. Tanto, hai tutto il resto...
Sì, mi infastidiscono le opinioni personali spacciate per verità di fede valide urbi et orbi.
Primo, fra una coppia di padri o di madri che amano e rispettano i loro figli e una famiglia tradizionale con il padre che vende il figlio undicenne ai pedofili (notizia dell'altroieri) preferirò sempre i primi.
Secondo, la capacità di concepire non implica la genitorialità... così come genitorialità e preferenze sessuali sono due universi differenti.
Troppi di quelli che protestano contro la fecondazione - specie quella eterologa - sproloquiando di "bambini su misura", "comprarsi un bambino" e cose simili non sanno di cosa parlano.
Credete che si tratti di scegliere un bambino da un catalogo come se fosse - che ne so - un'automobile ultimo modello da esibire? Voglio gli occhi azzurri, no verdi, voglio i capelli biondi, no meglio neri?
Cari miei, non sapete cosa voglia dire convivere con un desiderio di paternità o maternità frustrato.
"Doloroso" non rende nemmeno l'idea.
Credete che sia un percorso facile quello che ti porta ad accettare che gli ovuli della tua compagna siano fecondati da uno sperma che non è il tuo, o che lo sperma del tuo compagno vada a fecondare l'ovulo di un'altra donna? O che il bambino che cresci non avrà nulla - ma nulla - di tuo nel suo corredo genetico?
E se pensate che lo sia meno perché uno è gay... avete proprio sbagliato tutto.
L'altro problema del discorso del signor Dolce è che, come dicevo prima, sembra che per lui bambini sintetici li siano tutti: tutti quelli che sono stati concepiti e portati in vita tramite procedure di fecondazione assistita.
E qui arriviamo a quello che mi ha fatto girare di più le palle.
Davide nascerà a fine aprile, più probabilmente inizi di maggio. Ed è il risultato di un concepimento naturale.
Che però è arrivato dopo l'inizio di un percorso di fecondazione assistita.
Abbiamo fatto tutte le analisi preliminari (e non sono poche!) ma, quando siamo arrivati al momento del piano terapeutico e quindi della somministrazione di ormoni, abbiamo deciso di aspettare settembre: farci le ferie in tranquillità e poi riprendere il discorso.
Sono rimasta incinta, probabilmente, i primi di agosto e a quel famoso piano terapeutico non siamo arrivati.
Al di là del fatto che, la Parisi ha ragione, non esistono "figli sintetici" e "figli naturali" ma esistono "figli" e caro signor Dolce stai parlando di bambini porcaccia della tua miseria, è allucinante come non ci si renda conto di quanto devastanti siano, fisicamente e psicologicamente, una diagnosi di sterilità, prima, e un percorso di fecondazione medicalmente assistita poi.Se anche una minima parte di quelli che tacciano di egoismo chi vi ricorre perché vuole avere un figlio se ne rendesse conto, probabilmente si tapperebbe la bocca.
Farebbe una figura migliore.
Parlano di "soddisfazione di un desiderio personale", di "egoismo", di "selezione naturale"... come se fosse loro diritto, ancora una volta, mettere bocca nelle scelte altrui.
E giudicarle.
Soddisfazione di un desiderio personale?
Sottoporsi a liste d'attesa infinite, analisi di ogni genere e tipo, sempre con l'angoscia della cattiva notizia e, onnipresente, quel senso profondo di inutilità, di incompletezza e non perché non hai un figlio, ma perché non riesci a fare qualcosa che è perfettamente naturale, che gli altri, tutti gli altri, riescono a fare, come se fossi una sorta di... robottino difettoso.
Un prodotto fallato.
Uno spreco di cellule.
E poi, assumere dei medicinali che sono vere e proprie bombe ormonali, che ti sballano il fisico e l'umore, che ti aumentano il rischio di cancro all'utero, alle ovaie e al seno.
Aspettare di vedere, eco dopo eco, se stai producendo embrioni, attendere che vengano classificati, sottoporsi a un espianto e a un transfert per poi pregare che si impiantino e la gravidanza inizi davvero, con una percentuale di riuscita che, quando va bene, è il 30%.
Dover sottostare alle norme italiane sulla bioetica che sono una roba da medioevo, perché la nostra costituzione ha torto e noi non siamo un paese laico.
Chi non è credente si adatti o se ne vada.
[E tanti, fra l'altro, se ne vanno. All'estero. Dove sono molto più evoluti e civili di noi. Dove tutelano davvero le madri e i figli evitando, per fare un esempio, le gravidanze trigemine (in Italia fecondano un massimo di tre embrioni e sono obbligati - per legge! - ad impiantarli tutti)].
E poi viverli, questi nove mesi, sempre con la paura che il sogno si interrompa e l'incubo ricominci. Non pensiate che ne sia immune solo perché Davide è arrivato da sé: nella parte più oscura della mia mente, dove allignano le peggiori paure, ci sono anche questi pensieri. E hanno denti affilati.
E non pensiate che una coppia gay non viva gli stessi stress e le stesse paure.
Poi arriva lo stilista di turno, apre la boccuccia e si permette di dire che tuo figlio non è un figlio ma un bambino sintetico e che tu lo hai messo al mondo per pura soddisfazione personale.
Fra l'altro, signor Dolce... io ho un padre e una madre che adoro. Sono una figlia fortunata, molto fortunata e spero di essere, per Davide, un genitore ottimo come loro lo sono stati per me.
Sarei onorata di esserlo.
Ma, se proprio lo vuole sapere, preferirei essere figlia della chimica con una coppia di genitori che mi hanno voluta e hanno rischiato tutto per me, piuttosto che figlia della natura con una coppia di genitori che mi maltrattano, mi sottopongono ad abusi o, semplicemente, non sono adatti al ruolo che la vita (o il caso? o degli organi genitali funzionanti?) li ha chiamati a ricoprire.

mercoledì 4 marzo 2015

Dieci giorni senza televisione

Non prendetemi per luddista, ma, se proprio ve la devo dire tutta, per me la televisione è il male.
Quell'invadente chiacchierona sempre accesa, nemmeno fossero le pareti animate di Fahrenheit 451, con il suo attrarre l'attenzione su questioni di importanza quantomeno discutibile o il suo inocularci pubblicità, più o meno occulta, ad ogni pié sospinto... la detesto.
La religione è l'oppio dei popoli, diceva Marx.
Mi domando cosa penserebbe, il barbuto, della televisione.
Magari non è proprio l'oppio dei popoli, ma ne è, almeno, il Valium.
E siccome io Valium anche no, grazie (men che meno ora), e il mio compagno è come me, in casa nostra abbiamo una sola tv.
Basta e avanza. Soprattutto, avanza.
E abbiamo avuto modo di scoprire quanto.
A un certo punto, circa dieci giorni fa, ha iniziato a dare i primi sintomi di autocoscienza, spegnendosi e accendendosi da sola. Speravo in Skynet, invece era solo un guasto, e, datosi che è pure in garanzia, l'abbiamo portata in assistenza.
Ovviamente, provata in negozio, ha smesso di farlo e, da brava stronza, si è comportata in modo lodevole.
Che a una viene un dubbio legittimo: ok, Skynet no, ma magari i poltergeist?
Insomma, fatto sta che, su richiesta del mio compagno, il riparatore se l'è tenuta dieci giorni, in attesa che si decidesse a funzionare male.
Lei, casomai ve lo chiedeste, non ha funzionato male.
E noi? Noi siamo rimasti senza.
Credo che, oggigiorno, una casa priva di tv sia piuttosto insolita. Che sia per guardare un film, sentire qualcuno parlare, o perché (somma tristezza) davvero interessa la spazzatura di cui sono inondati i canali, la tv c'è ed è funzionante.
Quindi... come si sta senza televisione per dieci giorni?
Bene. Anzi, benissimo.
In primo luogo, sembra banale, ma si parla di più. Noi abbiamo la tv e il tavolo in salotto, quindi, mentre si mangia, quella è accesa. Senza quella, si parla.
Poi, si ascolta più musica. Nei dieci giorni trascorsi, abbiamo sperimentato diversi generi e scoperto che Davide, a quanto sembra, apprezza la classica e il blues. Caprioleggia a non finire. Molto meno - con sommo rammarico della dolce metà e mio segreto giubilo - il metal, accolto con sdegnosa indifferenza.
Inoltre, senza quell'irritante chiacchiericcio, la casa diventa più rilassante.
Ora, c'è da dire che né io né il mio compagno siamo appassionati di qualche trasmissione particolare - non è che ci strappiamo i capelli se non riusciamo a vedere la finale di Masterchef, per esempio - però ho scoperto che anche quel che in genere guardo volentieri (soprattutto su Focus) non mi è mancato quanto pensavo.
Non mi è mancato affatto.
Certo, internet e i computer hanno dato una grossa mano, garantendoci comunque la possibilità di guardare film e serie che ci interessano (roba che in tv non ci andrà mai e, se ci andrà, sarà con un doppiaggio orrendo).
E poi, ovviamente, ci sono i libri. Passo molto più tempo a leggere che non a guardare la tv (e dovrei anche scrivere, maledizione!). Se mi dovessero togliere il Paperwhite o l'accesso alla libreria sì, che sarebbero pianto e stridor di denti!
In definitiva, senza tv si sopravvive - e pure bene.
Un'informazione che metto da parte per tirarla fuori al momento opportuno... e cioè quando si tratterà di insegnare a Davide che c'è un mondo molto più interessante, fuori da quella specie di scatola!

mercoledì 25 febbraio 2015

Un ragazzo qualsiasi


L'immagine viene da qui
Una delle cose che mi fanno escludere a priori l'acquisto di un libro - ma stiamo larghi, pure l'occhiata all'estratto gratuito - è questa frase:

Tizio è un ragazzo qualsiasi

Buona parte della letteratura in vendita - e sto parlando di generi che spaziano dallo young adult al paranormal romance, passando per cinquanta sfumature di fentasi idiota - ha una sinossi che inizia con quelle parole.
Ecco, no.
E vi spiego anche perché.
Perché siamo tutti diversi e ciascuno di noi - senza eccezione - ha in sé qualcosa di speciale. Qualcosa che lo distingue e lo rende unico. Magari è una cosa piccola, come un particolare bernoccolo per, che ne so, fare decorazioni da tavola, non è che serva essere un genio della matematica o un artista eccezionale.
Ma ce l'hai solo tu. Siamo oltre sei miliardi, su questa terra... e non c'è un altro uguale a te.
Se definisco una persona "qualsiasi", è come se dicessi che è trasparente. Si confonde nella massa. Non ha niente, ma proprio niente di speciale. Triste, vero?
Adesso applichiamo la cosa a un personaggio.
I personaggi, per quanto ben delineati siano, devono - devono proprio - avere qualcosa di unico, direi di paradigmatico.
Non leggiamo storie per sentirci raccontare del macellaio sotto casa e della sua vita noiosa fra negozio, casa e serate di fronte ai telequiz. Leggiamo storie che parlano di esperienze fuori dal comune che capitano a persone che hanno in sé qualcosa di diverso, che magari neanche loro all'inizio sanno di avere, per cui le esperienze finiscono per cambiarle. 
Magari in peggio, ma le cambiano.
Se lo scrittore - o la scrittrice - mi dice, già dalla sinossi, che il protagonista è qualsiasi, mi sta dicendo che è uguale a mille altri. Che non ha nulla che lo distingua, neanche l'abilità di fare centrotavola.
Penso che sia uno dei peggiori modi di presentare un personaggio.
Non è ancora entrato in scena, di fatto il lettore non ha ancora aperto il libro, e già è stato bollato.
Ma che razza di credibilità posso attribuirgli?
A me non interessano le vicende di un tizio, o di una tizia, uguale a mille altri! A me interessano le vicende di una persona che ha un carattere ben definito, delle abilità, dei gusti. Che magari cucina malissimo ma è un genio a fare i centrotavola (sì, ora la smetto, coi centrotavola).
Quindi, anche solo per questo, senza andare a considerare l'errore di utilizzare aggettivi generici e che non dicono nulla, lo scrittore ha toppato. Dimmi che tizio è un impiegato insoddisfatto, dimmi che fa il gelataio e sogna di sbarcare a Hollywood, dimmi che è un buttafuori con la passione dei gatti, o uno studente liceale che scrive di nascosto per non essere preso in giro.
Abbi pietà di 'sto poveraccio, evita di dirmi che è qualsiasi. Se tu per primo, autore, lo tratti così, come pensi che lo tratteranno i lettori?
Che poi, mettiamoci pure un corollario.
Il povero personaggio, molto spesso, in realtà qualsiasi non lo è, ma nel senso peggiore. 
Perché, ad esempio, è un ragazzo qualsiasi che vive solo perché gli è morta tutta la famiglia fino alla settima generazione in un ciclone di sfiga tale che uno, così per pietà, gli consiglia immantinente un viaggetto a Lourdes, mentre si dà una discreta toccatina o caccia fuori il cornetto portafortuna. O la nostra ragazza qualsiasi la famiglia ce l'ha, ma niente niente sarebbe meglio che non l'avesse, perché la trattano in un  modo che, a paragone, Cenerentola era una viziata del cavolo.
Questo perché l'autore, o l'autrice non ha né gli strumenti né la preparazione per calare il suo personaggio in un ambiente familiare che sia anche un minimo dotato di senso.
E, visto che in fondo quel che gli interessa è solo la storia d'aMMore, non fa né uno, né due ed elimina il problema alla radice: stermina la famiglia del protagonista (o la rende così spregevole che il poveraccio ci passa, e con giusta ragione, meno tempo possibile) e si toglie dai piedi una complicazione.
Tornando al disgraziato aggettivo "qualsiasi", mi sono chiesta: ma perché uno scrittore dovrebbe svalutare in modo così maldestro la sua propria creazione? E, soprattutto, perché lo fanno così tanti scrittori?
La risposta non mi è piaciuta.
Al di là della crassa incompetenza - e di scrittori incompetenti ce ne sono a iosa - il fatto è che si cerca di spingere il pubblico - quel pubblico fatto da adolescenti in piena crisi ormonale, diciassettenni tutte ciccia e brufoli che sognano il principe azzurro e così via - a identificarsi con il personaggio stesso.
Si dà un/a protagonista qualsiasi a gente che si sente qualsiasi.
E ci siamo passati tutti, più o meno, nel sentirsi qualsiasi. Voglio dire, ho ritrovato i diari del liceo svuotando la stanza per creare la cameretta di Davide e, sì, quella fase è toccata pure a me.
Poi finisce, eh. Si sopravvive e si cresce.
Volete un esempio? Ve ne faccio due - che poi in realtà è uno solo - prendete quell'idiota della protagonista di Tuailait e prendete la sua omologa delle sfumature.
Sono qualsiasi nel senso più bieco del termine. Insipide, uguali a mille altre.
Le due autrici, bontà loro, quando devono tirare fuori una ragione plausibile per la quale il fico di turno le insegue manco fossero gelati nel deserto, se ne escono rispettivamente con: "ha un odore che mi attira" e "si morde il labbro".
Hey, laggiù, io avrei detto plausibile!
Queste due sono al limite dell'impedito sociale, neanche troppo simpatiche, non dimostrano né carattere né intelligenza, non hanno una conversazione interessante, non hanno opinioni proprie, non sono neanche delle bellezze stratosferiche da giustificare - almeno - un'attrazione fisica... ma insomma, in quale angolo del mondo reale due così attirerebbero l'attenzione non dico del maschio alfa, ma di un qualsiasi maschio in generale? In nessuno, siamo sinceri.
Solo che non siamo nel mondo reale. Siamo nel "tanto è fantasia". E così, legioni di adolescenti (e donne) che si sentono qualsiasi sognano e sbavano su questa favoletta sentendosi consolate, quasi prendendosi una rivincita sulla bella della classe o sulla vicina di casa magra e truccatissima che pare una delle desperate housewives.
Sì, anche questo è molto triste.
Lasciate perdere le storie di gente qualsiasi. Sentitevi speciali. Sentitevi unici. 
 Lo siete.

L'immagine viene da qui

sabato 21 febbraio 2015

All Along The Watchtower

Sapete?
Io le odio, le etichette. Non quelle con i prezzi, eh, quelle che oggigiorno la maggior parte degli scrittorucoli, specie nell'italico panorama, appiccicano ai propri personaggi.
Mi fanno incazzare a morte.
Sono stufa. Sono stanca. Mi sono proprio rotta le palle.
Non ne posso più di elfe "crudeli e procaci", giornaliste spaziali "inguainate in tutine", fantasy "a tinte fosche" e via di questo passo.
Caro scrittorucolo dei miei stivali, che infarcisci di etichette il tuo scritto, lasciatelo dire: il tuo capolavoro non vale la carta sul quale è stampato, non vale i byte dell'ebook e no, non me ne frega niente se ti ha pubblicato una grande CE, questo poi non ti garantisce certo un bollino di qualità. Anzi.
Il tuo libro non vale il mio tempo.
Perché come scribacchina sono nessuno, come lettrice ho gusto, intelligenza e un palato raffinato.
In altre parole, una come me, fra il tuo pubblico, te la sogni.
Vuoi sapere perchè?
Ma te lo dico subito e in termini non equivocabili.
Se la prima informazione che vuoi dare al lettore è che la tua protagonista ha le tette grosse o che se ne va in giro strizzata in un indumento abbastanza stretto perché le si possano contare i peli, vuol dire che non hai proprio capito niente.
Queste sono le importantissime informazioni che, per prime, vuoi passare ai tuoi lettori? Lo stato delle ghiandole mammarie e il gusto (volgare) nel vestire?
Complimenti, sono davvero di importanza capitale.
Non so, caro scrittorucolo, se ti rendi conto di quanto sia umiliante.
Ma lo dico per te, eh. Perché, se scrivi in questo modo, è segno che pensi in questo modo. Posso permettermi? Forse, ma dico forse, è il caso che tu riveda le tue priorità e il concetto di "importante".
E poi, piccolo effetto collaterale, sarebbe umiliante per il pubblico. Non per tutto, eh, per questo ho messo il condizionale. Per quei pochi non lobotomizzati ancora in giro.
Non so se ti rendi conto di quello stai facendo. Spero per te di no, perché è una roba abbastanza disgustosa: stai rigurgitando nel loro gargarozzo del cibo predigerito.
Quando lo fanno, per esempio, i pinguini con i loro pulcini è pure carino. Ma lo scrittore con il lettore? Not so much.
Tu, a questo ipotetico lettore, non  permetti di farsi un'opinione sua: prendi il primo stereotipo che capita - o meglio, quel che va di moda al momento - gli appiccichi quattro caratteristiche (semplici, per carità) e poi dici che è così.
E magari non capisci neanche per quale ragione qualche lettore più spaccaballe della media - oh sì, eccomi qui - dovrebbe lamentarsi.
Morale della favola, ci ritroviamo con donne crudeli che però di crudele non fanno nulla, con personaggi intelligenti che però non si dimostrano mai tali.... cosa chiedi, in fondo, al lettore? Neanche uno sforzo piccino picciò. Deve solo mettersi comodo, smettere di pensare e limitarsi, invece, a credere a quel che gli dici.
Sai che c'è? No, grazie, comunque no grazie, per quanto mi riguarda risparmiati pure la fatica.
Se mi accorgo, e me ne accorgo al volo, che il tuo libro è di questo tipo, io lo butto. Non lo compro. Non lo leggo. Non me lo proporre nemmeno, via Fb o nei milioni di modi messi a disposizione dai social network. Oppure provaci, se hai coraggio, ma non lamentarti se ti prendo a male parole.
Perché?
Perché mi sento trattata come una cretina e, caro scrittorucolo che ti credi tanto geniale, come una cretina vai a trattarci qualcun altra.
Io voglio capire da me com'è un certo personaggio. Voglio capirlo da come parla, si comporta, pensa.  Queste sono le cose che devi dirmi. Non se porta la sesta di reggiseno o John Holmes a confronto è afflitto da invidia del pene.
Quindi muovi il culo e fai il tuo dovere, cioé scrivi e scrivi come dio comanda.
Le tue caratteristiche preconfezionate stile elenco della spesa... puoi ficcartele dove non batte il sole.
Mi dispiace per te: non me ne frega niente se la protagonista ha le tette grosse, o il protagonista ha grosso dell'altro (che qua siamo in par condicio). Evita di sbrodolare per pagine e pagine su pettorali scolpiti, cosce snelle e turgidi seni, è pure squallido.
Fra l'altro, non so se te ne sei accorto, finisce che i personaggi sono tutti uguali. Si chiama omologazione e no, non è un complimento.
Di protagonista bellobellobello in modo assurdo ce n'è soltanto uno!
Non mi frega un accidente se il lui di turno è biondo o bruno, alto o basso, né mi interessa di che colore ha gli occhi. E, per favore, evita anche una descrizione minuziosa di come lei è vestita, se non è funzionale alla storia. Invece che sprecare tempo a immaginarne il guardaroba, perché non ti impegni a renderla il più possibile sfaccettata e tridimensionale?
Se voglio vedere dei vestiti, mi sfoglio una rivista di moda (era per dire, non lo faccio neanche se sto morendo di noia in coda dal dottore). 
Da un libro, voglio altro.
Altro che, almeno in Italia, non ottengo.
Perché il triste rovescio della medaglia - ci siamo resi conto in una interessante discussione con i miei compagni del blocco C della blogosfera - è che, a stare a guardare dati come popolarità e vendite, siamo come Robert Neville in Io sono leggenda (il libro, maledizione, non il film!): una razza in via d'estinzione in mezzo a mutanti caratterizzati da analfabetismo funzionale e crassa ignoranza. 
Quelli che vogliono usare cervello e fantasia soccombono a una schiacciante maggioranza, composta da coloro i quali "buona la pappa predigerita e rigurgitata al momento"
Eh, guarda, una delizia...
Gente che vuole la protagonista imbranata ma in fondo in fondo figa, oppure crudele e dominatrice ma sotto sotto con un cuore di panna, e una controparte maschile che sia, oltre che di splendido aspetto, anche uomo che non deve chiedere mai, ma accudente, ma bisognoso di essere salvato e poi ricco. Ricco è irrinunciabile.
Ma siete mai andati a leggere le recensioni su Amazon di classici della letteratura fantastica?
Io l'ho fatto, ma una volta per non ripetere mai più. Gente che appioppa una stellina a Dracula perché non c'è la storia d'amore con Mina! Gente che recensisce negativamente dei capolavori dicendo che mancano le descrizioni fisiche o che sono noiosi perché le frasi sono troppo lunghe.
Cioé, fatemi capire, se non sapete per filo e per segno che aspetto ha un personaggio non siete in grado di immaginarvelo? Scusate, da quale pianeta siete atterrati?
Questo stato di cose mi mette i brividi e ha conseguenze disastrose.
Ad esempio, un'omologazione vergognosa della produzione letteraria. 
Libri tutti uguali, mal scritti, mal pensati, stupidi e banali, ma che alle CE vanno bene, perché il libro ormai è solo un prodotto, viene fuori da una specie di catena di montaggio e deve fare solo una cosa: deve - e sottolineo deve - rispondere a determinati standard.
Non importa che sia bello. Non importa che sia originale, né ben scritto. Anzi, il fatto che sia originale e ben scritto, semmai, è uno svantaggio.
Perché deve vendere. E per vendere deve dare al pubblico - un pubblico ormai disabituato alla buona scrittura, nutrito di schifezze, che non è neanche più in grado di seguire una trama appena un pelo più complessa della favoletta di Cenerentola (che ci narrano e rinarrano in tutte le salse) - quello che il pubblico chiede.
Che è questa roba qui. Che sono le etichette sbattute in quarta di copertina, così capisci subito con cosa hai a che fare, le trame tutte uguali, i personaggi tutti uguali, l'attenzione a dettagli insignificanti - come l'aspetto fisico - perché così non deve neanche fare lo sforzo di immaginare (che, fra l'altro, è la parte divertente del leggere, ma questi poveri idioti non lo sanno), una sintassi che definire scolastica è un complimento, perché il lettore non deve smarrirsi fra le proposizioni del periodo, quindi limitiamoci a soggetto - verbo - complemento, con qualche aggettivo, ma generico, non sia mai che il poverino debba metter mano a quella cosa, com'è che si chiama?, ah, sì vocabolario.
E noi lettori forti? Noi da oltre cento libri l'anno, quelli con il gusto della lettura, quelli che la fantasia la usano eccome?
Noi ci attacchiamo e tiriamo, per dirla in modo popolare. Non siamo abbastanza importanti, non giustifichiamo l'investimento necessario a portare in Italia buona letteratura fantastica.
Meglio coltivarsi le legioni di lobotomizzati e spacciare loro cartacei a venti euro ed ebook a tredici. Che magari ne comprano uno all'anno, ma sono tanti.
Davvero tanti.
Sapete qual è l'altra, disastrosa conseguenza? Che il serpente che si morde la coda, perché buona parte di questi si metterà a scrivere
E, proprio come siamo quel che mangiamo, loro scriveranno quello che leggono, cioè stupidaggini e andrà già di lusso se useranno un italiano corretto.
Privi di una cultura di genere scriveranno, per esempio, convinti che fantasy = signore degli anelli, senza avere la minima consapevolezza che forse, ma dico forse, l'idea del predestinato e del signore oscuro non è proprio questa novità sconvolgente e che i mondi simil-medioevali hanno anche un po' scassato i cosiddetti.
O che i vampiri siano tutti belli, tormentati e alla ricerca dell'aMMore, oppure che una storia d'amore non abbia senso se priva di massicce dosi di sesso il più possibile presunto sadomaso (ma in realtà all'acqua di rose).
E si autopubblicheranno - ormai è facile - e spammeranno ovunque pretendendo di essere letti e infestando gruppi Fb, aNobii e Twitter, oppure si faranno fregare da una CE a pagamento, perché non hanno né l'intelligenza né il senso critico per capire che l'aver scritto qualcosa non lo rende automaticamente degno di pubblicazione - convinti pure, nella loro presunzione infinita, che tanto tutti pagano, per pubblicare.
Qualche Cenerentola, poi, approderà a una grande CE che la mungerà ben bene, spacciandola come caso letterario ad altri lobotomizzati (i quali, a loro volta, si faranno venire velleità letterarie), per poi gettarla nel dimenticatoio non appena avrà esaurito la sua utilità (squisitamente economica, se ancora ce n'è una, in questi tempi di crisi nera).
Se proprio volete sapere come la penso, gli starà bene, se la saranno cercata. 
Il problema è che sono tanti. Sono troppi.
Come direbbe qualcuno dei miei compagni del blocco C, è una fottuta invasione.
E noi lettori forti siamo sempre meno. Siamo sempre più stanchi, sempre più assediati. 
E sempre più scazzati.
Stufi di entrare in una libreria e trovare cumuli di stupidaggini che non toccheremmo neanche con un bastone, stufi di sentirsi proporre, dall'amico di turno, l'ennesima schifezza con un "ho letto un libro bellissimo, guarda, lo devi leggere" e per poi dover spiegare che quel libro, che lui ha tanto apprezzato, è in realtà un'immonda cagata e che, se solo si prendesse la briga di guardare al di là delle nostre sponde, ci sono libri davvero meravigliosi, che però ti devi leggere in lingua originale perché tanto qui non li tradurrà nessuno.
Quando oltre che lettori si è scrittori, è pure peggio.
Ti fai un culo come una capanna e vedi il frutto delle tue fatiche alla pari con le peggio schifezze. Ti confronti con un pubblico che non è in grado di riconoscere la buona scrittura neanche se questa si mettesse lì a sputargli in faccia. Ti impegni, ma ti dicono che il tuo libro è troppo complicato. Che non c'è una storia d'amore. Che non ci sono le descrizioni fisiche. Che il finale aperto non va bene, ci vuole il lieto fine.
E, nei momenti più neri, ti chiedi chi diavolo te lo faccia fare.
È dura essere assediati. Ti manca l'aria.