domenica 2 giugno 2013

Un nuovo Dottore.

Un po' me lo aspettavo, eh. C'era stata troppa enfasi nel rassicurare i fan che Matt Smith aveva firmato per l'ottava stagione e diffido sempre quando mi sbandierano qualcosa sotto il naso con tanto impegno. (Sono una persona contorta, lo so).
Comunque, stavolta avevo ragione e infatti è notizia di ieri - fonte BBC - che Smith lascerà la serie dopo lo speciale di Natale.
A quanto ho capito, le reazioni in rete vanno dal "finalmente se ne va, non l'ho mai sopportato, fate tornare David Tennant", al "sono disperato/a, era il mio Dottore", passando per il (francamente incomprensibile) "è un traditore, come può andarsene?".
Quanto a me... la cosa non mi tocca più di tanto. L'Undicesimo Dottore non mi è mai piaciuto, quindi sono contenta del cambiamento. E curiosa di sapere chi sceglieranno per interpretare il Dodicesimo. Sarà finalmente rosso di capelli? O magari sarà una donna.
In ogni caso, quello che non sopporto, e l'ho già detto più volte, è il modo di Moffat di gestire la main storyline e non penso che quello cambierà. Magari...

sabato 1 giugno 2013

I miti della Parietaria 4: Jane Eyre - Charlotte Brontë

Una volta le eroine, per essere rivoluzionarie, avevano un cervello.
E sono partita polemica.
Uno dei miei libri preferiti di sempre è Jane Eyre e sapete perché?
No, non è perché Mr.Rochester è uno degli esseri bidimensionali più affascinanti che siano mai usciti da una penna (lo è, accidenti se lo è, batte pure Mr.Darcy!), ma per via di Jane.
All'inizio del libro, Jane è una bambina orfana, bruttina e vive a Gateshead in una casa nobiliare nella quale tutti - dalla padrona, la signora Reed, che è sua zia, giù giù per la scala sociale fino ai servitori - la disprezzano. Pensano che sia una bambina bugiarda e cattiva. I cugini - più o meno della sua età - la tormentano, a volte il più grande la picchia anche. Storia degna di Candy Candy, no? (Vabbé, a parte la Casa di Pony). 
A un certo punto, Jane viene mandata via - in barba alla promessa di trattarla come una figlia, fatta dalla zia al marito morente - e approda a Lowood, un istituto per figlie della carità. Lowood è, quanto a condizioni ambientali, peggio senz'altro di Gateshead: umido, freddo, il vitto fa schifo, le regole cui le ragazze sono tenute a sottostare - dal Reverendo Brocklehurst, fulgido esempio di chi predica bene e razzola male - sono ispirate, si direbbe, all'Antico Testamento. Ma lì Jane è felice, perché, a testimonianza che la malizia è nell'occhio di chi guarda, nessuno la ritiene cattiva.
Ora, facciamo una piccola pausa. Vorrei farvi notare che fin qui, le vicende di Jane sono un concentrato di sfiga gratuita, anzi, in offerta speciale prendi tre e paghi due (ne ho omesso un bel po', fra l'altro). Però, a differenza di Candy Candy - che detesto dal più profondo del cuore e alla quale, potendo, spezzerei le rotule un giorno sì e l'altro pure - non sono pesanti. 
Perché? Perché Jane - o meglio la sua creatrice - ce le presenta così, nude e crude, e non calca la mano cercando l'effetto lacrimuccia facile. Non ci dice nemmeno che Jane è perfetta: non è una vittima innocente, è una bambina dal carattere impulsivo e passionale, che dice ciò che pensa senza filtri e senza ipocrisie. Non si piega alle convenzioni sociali - o, semplicemente, ad adottare il comportamento che le farebbe più comodo - non è bugiarda, è sincera oltre il limite consentito dalla società. Paragonata con i cugini, che bugiardi lo sono perché di fronte alla madre nascondono meschinità e marachelle, appare un pessimo soggetto.
Ma torniamo alla nostra storia. Nonostante sia un posto orrendo, a Lowood Jane inizia a sbocciare: nessuno la taccia di essere cattiva e bugiarda, ha un'insegnante che sa trattare con lei e trarne il meglio, finalmente è libera dal tormento di stare con persone che non la amano e che lei non ama. 
Quando la ritroviamo, otto anni dopo, è diventata una signorina istruita, compita e posata, con un'offerta di lavoro: fare l'istitutrice, in un posto che si chiama Thornfield Hall.
Jane ha sepolto la passionalità e il fuoco del suo carattere sotto una colata di autocontrollo: sa che, una volta fuori da Lowood, non potrà contare su nessuno, se non su se stessa e sulla sua intelligenza e che non può in nessun modo permettersi colpi di testa. Ha diciotto anni e l'aplomb di una signora di cinquanta. Ma, sotto questa superficie così solida, si agitano le fantasie e i sogni adatti alla sua età, che lei rivela solo quando dipinge e disegna. Quello è il suo unico sfogo.
In un mondo regolato da convenzioni sociali ben precise e nel quale esistono "discorsi da uomini" e "discorsi da donne", Jane non è una donna per tutti: è troppo intelligente e troppo indipendente. Ecco perché per lei ci vuole qualcuno che sia diverso dagli altri. E questo qualcuno si rivela essere Mr.Rochester, il proprietario di Thornfield Hall.
Una ben strana figura, questo Mr.Rochester: a Thornfield viene molto poco e, spesso, quando si parla con lui, non si capisce se scherzi o dica sul serio, la avvisa Mrs.Fairfax, la governante. Ma Jane non è curiosa: che ci sia o non ci sia il padrone, non è affar suo: lei deve badare a istruire Adéle, la bambina francese che è lo scopo della sua presenza lì.
L'arrivo di Mr.Rochester, però, cambia tutto: lui non è un giovanotto di primo pelo, ma un signore di una certa età - per l'epoca, comunque ha il doppio dei suoi anni - e le loro conversazioni vertono più su arte e filosofia che su chiacchiere spicciole. Lui sembra divertirsi per quel curioso mix di cortesia e brutale sincerità che è questa istitutrice e Jane, finalmente, trova una persona intellettualmente stimolante. Non sembrano importargli, oltre alle differenze di età e sesso, quelle di classe sociale.
Jane ne rimane sbalordita e affascinata e la sua devozione cresce. Per la prima volta, sente di appartenere a un luogo, quasi a una famiglia. Ma, presto, prova sulla sua pelle ciò che Mrs.Fairfax le aveva anticipato: a volte lui la cerca per conversare, a volte la ignora platealmente. E quando decide di invitare - per la prima volta da anni - una comitiva di ricchi e nobili amici a Thornfield, l'abisso sociale fra i due si spalanca. Anzi, è come se lui, deliberatamente, l'avesse fatto riaprire, dopo che, concedendo confidenza a una sua dipendente, l'aveva chiuso. 
Quello di Rochester è un gioco crudele, fatto a spese di Jane, una Jane che soffre perché ha capito perfettamente cosa, suo malgrado, le sia successo: si è innamorata di lui. A posteriori - sapendo tutto ciò che succede e perché - trovo che questo atteggiamento sia crudele per lui non meno che per lei. Non viene mai detto - il punto di vista è sempre di Jane, data la narrazione in prima persona - ma credo che, così facendo, lui tenti di allontanarla da sé perché si è accorto che è importante e perché ha un ostacolo assai più grave della differenza sociale che le impedisce di averla al suo fianco.
Jane ha una dirittura morale che Rochester non possiede: fra i due, è lui il più debole e, infatti, cede alla tentazione: le chiede di sposarlo. Lei, felice e stupita, accetta, senza sapere che lui non può assolutamente farlo. Quando l'inganno viene scoperto, nella maniera peggiore, Jane ancora una volta precipita e deve ricostruire se stessa. Ma è fatta di una tempra ben più forte di quella delle eroine di oggi: non esita un attimo, non si concede il tempo di pensare, perché, altrimenti, sa che rischierebbe di restare, e non è possibile. Jane fugge. Da Thornfield, l'unico posto in cui finora si è sentita a casa, e dall'uomo che ama.
Perché, come, cosa succede dopo e, soprattutto, come va a finire non ve lo dico. Probabilmente lo saprete già: il libro è un capolavoro della narrativa e, se non l'avete letto (ma dubito), avrete sicuramente visto o un film, o una serie: gli adattamenti cinematografici si sprecano. 
(Per parte mia, ho apprezzato moltissimo quello di Zeffirelli, con Charlotte Gainsbourg nella parte di Jane e William Hurt in quella di Mr.Rochester: trama e dialoghi sono fedelissimi al libro. E poi, l'autrice lo ribadisce più volte: né Jane, né Rochester sono belli. Non mettetemici una coppia di stra-fighi, per favore).
Diciamo che, se devo rivolgere una critica all'autrice, è questa: il modo in cui i Rivers - la famiglia che accoglie Jane in fuga - si rivela essere quello che è, ecco, sa un po' di deus ex machina. Le cose sarebbero andate lisce anche senza quel particolare, ma è una nota da vera pignola.
A parte questo (anzi, pure con questo), Jane Eyre è un assoluto capolavoro, nel quale, oltre alla storia d'amore, si trovano accenni da romanzo gotico e pure un inquietante mistero, per via della strana Grace Poole e delle risate selvagge che ogni tanto risuonano nel silenzio della notte a Thornfield Hall.
Insomma, da leggere (e ri-leggere, e ri-leggere, e ri-leggere...)

Dove trovarlo? 
In cartaceo, in libreria. Anche questo ha un'ampia diffusione. Si trova anche qui a Spezia e, se si trova qui, lo si può trovare ovunque!
In digitale e in italiano ce ne sono per tutti i prezzi, come potete vedere qui.  Io ho, oltre il cartaceo in una vecchia edizione della Biblioteca Economica Newton (quelli gialli e verdi che costavano la cifrona di ben duemila lire), l'edizione Rizzoli BUR a novantanove centesimi. Non è perfetta: ci sono un po' di refusi, tipo una parola attaccata alla seguente, ma va più che bene così.
In inglese vi linko questa pagina da Kobobooks.com, anche qui, ne trovate per tutte le tasche. Non avendolo (ancora) letto in lingua non vi so dire se sia difficile o meno. Trovo interessante, però, il volumone che raggruppa Agnes Grey, Jane Eyre e Wuthering Heights: tutte e tre le sorelle in un unico pacchetto.

Infine, una segnalazione "esterna": il bel libro Il caso Jane Eyre di Jasper Fforde. Di solito, diffido dai sequel o dalle ri-utilizzazioni più o meno autorizzate, ma in questo caso vale la pena.

Jane Eyre - Charlotte Brontë, 1847

venerdì 31 maggio 2013

Il canto di Kali - Dan Simmons


A volte ti imbatti in libri che fanno paura.
Non so come funzioni per voi, ma io mi spavento molto di più con le immagini che non con la parola scritta. Per quanto leggere sia un'esperienza immersiva e per certi versi totalizzante, quando si arriva alla paura con me funziona la vista. Puro e semplice.
Però, come vi dicevo, ci sono le eccezioni.
Finora ne avevo trovato solo una: Le notti di Salem. Ieri, è arrivata la seconda: Il canto di Kali.
Abituata a leggere Simmons in altri contesti - Hyperion, L'estate della paura e L'inverno della paura, Drood e l'ultimo, Flashback (e ho La scomparsa dell'Erebus ancora da cominciare) - sono rimasta davvero spiazzata. In un certo senso piacevolmente. In un altro molto meno.
La storia de Il canto di Kali è, per certi versi semplice: Robert C. Luczak, il protagonista, arriva a Calcutta nei primi anni Settanta, per intervistare un misterioso poeta indiano, Das, creduto morto da anni e, invece, rivelatosi ancora vivo. Con lui ci sono la moglie, Amrita, indiana ma cresciuta in Inghilterra, e la figlioletta Victoria. Inutile dire che il compito di Luczak sarà molto più difficile e sinistro di quanto non sembri a prima vista.
Se dovessi definire Il canto di Kali direi che è la storia di un disastro in attesa di verificarsi.
È popolata di personaggi inquietanti - su di tutti svetta E.M. Krishna, il malvagio Virgilio di questa discesa negli Inferi -, colma presagi (a cominciare dall'arrivo all'aeroporto Dum-Dum, che all'epoca portava il nome di munizioni messe al bando per i loro effetti devastanti) e di accenni agli innominabili misteri di Kali e della setta dei suoi adoratori, i Kapalika. Ma la vera, unica, grande, repellente protagonista è Calcutta, con la sua miseria, le strade fangose, la decadenza, la morte e la decomposizione, il fetore che la permeano.
Ho detto che è spaventosa, anche. 
Il canto di Kali è la preghiera composta dalle migliaia di azioni repellenti, folli, sanguinarie, meschine che si compiono ogni giorno in ogni luogo, che avvicinano sempre di più al mondo il ritorno della Dea Sanguinaria, bandita da questa terra migliaia di anni fa. E questo rende il libro in qualche modo realistico. E tanto più impressionante, per questo.
Non voglio dirvi altro, se non "leggetelo". Ma vi avviso: vi disturberà, vi metterà a disagio. E non riuscirete a mollarlo fino alla fine.

mercoledì 29 maggio 2013

Jack Vance

A dodici anni circa ho fregato un libro.
Lo so, non si fa.
Ho uno zio appassionato di fantascienza e quel libro celeste bello grosso, con una specie di dirigibile in copertina e un tipo vestito come Conan il barbaro, mi ispirava proprio.
Il libro era Il ciclo di Durdane e quello è stato il mio primo incontro con Jack Vance.
Il librone azzurro è ancora nella mia libreria. Mi ha seguito in tutti i miei traslochi. Continuerà a seguirmi.
Le avventure di Gastel Etzwane il musico, Durdane e i suoi cantoni, ciascuno estremamente diverso dagli altri, in un caleidoscopio di culture differenti. I chiliti e la loro fobia per la contaminazione femminile, l'Anome e le sue Benevolenze e i torc esplosivi, ciascuno con il proprio codice di colori che identifica il portatore. Il druithino Dystar, Jerd Finnerack, il mio personaggio preferito, e il saggio Mialambre:Octagon. I tremendi Rogushkoi e gli ancor più repellenti Asutra. 
Tutto questo è custodito nella mia memoria.
Dopo, è arrivato il ciclo di Tschai - Cosmo Oro della Nord, preso a prestito infinite volte in biblioteca. Ero innamorata di quel libro. Anche quello è nella mia libreria (ma non l'ho fregato: ne ho comprato una copia su ebay).
L'ho saputo solo stasera, ma Jack Vance se n'è andato tre giorni fa.
E l'unica cosa che mi sento di dire è
grazie per tutte le storie e le avventure.

martedì 28 maggio 2013

Un freddo tuffo nel passato

Nell'aprile del 1943 su Spezia si riversa un vero e proprio mare di bombe: i Lancaster inglesi fanno piovere tonnellate di esplosivo e bombe dirompenti e incendiarie: fino ad allora, nessuna città italiana era stata presa così pesantemente di mira.
È l'inizio di un incubo quotidiano per la città e i suoi abitanti, un incubo che dura fino alla fine della guerra.
La causa, va da sé, è la presenza dell'Arsenale Militare, che all'epoca era una piazzaforte importante.
Per darvi un'idea dei danni causati, all'indomani del 25 aprile, quando iniziò la ricostruzione da parte della Regia Marina, l'ammiraglio inviato a sovrintendere i lavori contò - fra le due darsene, la rada di Lerici e lo specchio di mare antistante Portovenere - più di trecento relitti. Tutte le officine erano ridotte ad ammassi di macerie e i bacini di carenaggio completamente allagati e pieni di rottami.
Ma meglio delle parole, funzionano le immagini, quindi ecco qua.


Ma a subire non fu - com'è ovvio - solo la parte militare. Le sofferenze più grandi furono quelle della popolazione.
Per celebrare il settantesimo anniversario dei bombardamenti, è stato parzialmente restaurato e aperto al pubblico uno dei rifugi antiaerei. Adesso ospita un'esposizione di cimeli storici. Si trova in centro città, a due minuti a piedi dal mio ufficio.
Non potevo - e non volevo - perdere l'occasione di vederlo: mia nonna della guerra, dei tedeschi, delle bombe e dell'essere sfollati me ne ha parlato un bel po'... e non ho dimenticato i suoi racconti.
 
Ero curiosa, curiosa come lo si può essere quando si va a vedere una tomba antica: non ero per niente coinvolta - o impressionata - dal significato e dalle implicazione di ciò che avrei visto.
Quando sono entrata mi ha accolto il più agghiacciante suono che abbia mai sentito. Questo.


Ed è cambiato tutto.
Entri lì dentro e sei - letteralmente - in un altro mondo.
Il rifugio è tutt'altro che un rifugio. Non ti senti sicuro, non ti senti protetto e, soprattutto, non ti senti a tuo agio: è freddo e buio.
L'umidità ti striscia addosso e ti arriva sotto la pelle: le colline di Spezia sono in gran parte carsiche e questo rifugio in particolare, che si sviluppa in due direzioni e va ben oltre il pezzetto visitabile, ha problemi di venute d'acqua dalla roccia. Il gocciolio è costante e, in alcuni punti, la volta (nella sua versione originale, in mattoni pieni e malta, questa è in cemento) è instabile e a rischio crollo.
E mentre te ne stai lì senti l'ululato della sirena, il rombo degli aerei in avvicinamento e poi il fischio delle bombe che cadevano e le esplosioni, una dopo l'altra... e non perché ti lasci suggestionare, ma perché l'allestimento comprende anche la proiezioni di alcuni filmati.
La cosa più interessante sono le testimonianze, la viva voce dei superstiti che racconta cosa voleva dire rimanere ammucchiati con i fischi delle bombe che cadevano, le esplosioni che facevano tremare il suolo, senza sapere quando saresti uscito, se avresti ritrovato la tua casa, i tuoi averi e tutte le persone che amavi.

E adesso guardate qui. Non fate caso a tutta la luce, sono i filtri automatici della digitale che compensano la penombra. Osservate il carretto verde in primo piano.
È quello della Pubblica Assistenza. Oggi siamo abituati alle ambulanze.
Ma all'epoca, in questa città devastata e sconvolta, avevano solo quello.
E lo tiravano a forza di braccia, nient'altro che una barella con le ruote, con la cassetta di primo soccorso che andava bene se era piena, soccorrevano i feriti e portavano via i cadaveri.
Le vedete, sullo sfondo a sinistra, quelle due persone? Sono una nonna con suo nipote. Lui avrà avuto si e no dieci anni e dovevate vederlo, come ascoltava attento le sue spiegazioni e i suoi racconti.
Quando sono ripassata, ormai dovevo uscire, loro erano vicini al carretto e lui le ha chiesto, con un tono pieno di stupore: "Ma avevano solo questo?".
Lei l'ha guardato e le si poteva leggere in faccia l'amarezza e il dolore dei ricordi.
"Sì", ha risposto.
Mi ha colpita, questa nonna. Perché le voci di chi certe cose le ha vissute e non può dimenticarle diventano sempre più fioche. E anche perché avrei voluto poterci andare con la mia, di nonna.
Lì dentro ci sono gigantografie della città danneggiata, con i palazzi sventrati e la gente che si dà da fare per rimuovere le macerie.
E le bombe, quelle piccole, eh, perché ne arrivavano da novecento chili - una tonnellata e queste qui, al confronto, erano proprio poca roba.
Ogni tanto, ne ritrovano qualcuna ancora oggi. È successo a un mio vicino di casa, una ventina di anni fa, mentre faceva gli scavi di fondazione del garage - e all'epoca te li potevi fare da solo, quindi è andata bene che si è accorto subito di cosa si trattava.
Me lo ricordo bene, perché sono arrivati i militari del Genio Artificieri e hanno evacuato tutta la zona.
Ci sono aree della città in cui, quando progetti di fare uno scavo, devi mettere in conto la ricerca di ordigni.

E non si trattava solo di esplosivi: lo so che la maschera antigas fa molto "Are you my mummy?", ma vi devo confessare che l'impeto da fangirl whovian disperata si è spento come un cerino buttato nell'acqua quando ho visto lo schema del gruppo di difesa collettiva antigas che poteva bastare per trenta persone.
Trenta persone. E l'unica cosa che poteva evitare loro la morte a causa dei gas tossici era quell'arnese dall'aspetto tutt'altro che rassicurante.
Mi si è gelato il sangue e non perché lì dentro, come vi ho detto, faceva freddo.
La mia è una città che ha vissuto la guerra e che, come al solito, dimentica il suo passato.
Lo seppellisce, proprio come ha seppellito, con cemento e container, il suo fronte a mare.
Potrei farvi vedere altre foto: ci sono mitragliatrici e bossoli di proiettili della contraerea e un cannone motorizzato e gommato parcheggiato di fronte al rifugio (e anche una torretta di nave - calibro quaranta, credo - che fa bella mostra in un incrocio un po' più avanti), ma preferisco lasciarvi qualcos'altro.
Una testimonianza che urla la sua disperazione dall'abisso del tempo. Che parla delle condizioni in cui ci si trovava. Di cosa si doveva affrontare. E mi dispiace se non si leggono le ultime righe, ma le ricordo e ve le riassumo: dice che nei rifugi non ci sono né pale né picconi. Che se una bomba fa crollare l'entrata, "faremo tutti la fine del topo, che aria ce n'è tanta!!"

[Se vi interessa l'argomento, vi consiglio un po' di letture. I volumi sono ampiamenti corredati di foto d'epoca: L'Arsenale Militare Marittimo della Spezia 1945-1950, Incursioni aree sul Golfo della Spezia (dice non disponibile, ma qui si trova facilmente), Il genio militare alla Spezia, e infine il volume edito da La Nazione La Spezia in guerra 1940-1945, a cura di Arrigo Petacco, che penso si riesca a trovare su ebay].

sabato 25 maggio 2013

I miti della Parietaria 3: Viaggio al Centro della Terra - Jules Verne

Discendi nel cratere dello Jokull di Sneffels che l'ombra dello Scartaris viene a lambire prima delle calende di luglio, viaggiatore ardito, e perverrai al centro della Terra. E questo ho fatto io, Arne Saknussemm 

Ah, Viaggio al centro della Terra, centocinquant'anni e non sentirli!
Le premesse sono classiche e intriganti: l'eminente professor Otto Lidenbrock, esperto mineralogista dell'università di Amburgo, compra un antico libro in una bancarella e trova, al suo interno, un misterioso messaggio scritto in rune (io rovisto nelle bancarelle di continuo e il massimo che m'è capitato è stato uno skypass vecchio di dieci anni).
Ora Lidenbrock è un tipo strano - strano perfino per un geologo, strano perfino per un mineralogista (categoria che annovera alcuni degli umani più strani che io abbia mai visto) - e ha un caratteraccio tremendo. Non è paziente, non é accomodante ed è testardo.
Tanto per cominciare, decreta che nessuno in casa mangerà finché il messaggio non sarà stato decifrato: non lui, non il nipote Axel. Mette a stecchetto perfino Marta, la governante.
Dopo due giorni, Axel riesce a capire il trucchetto per leggere il messaggio, ma esita a dirlo allo zio. Perché? Perché, una volta arrivato in fondo a quelle quattro righe, sa benissimo cosa lo aspetta se aprirà bocca con lo zio: un viaggio al centro della Terra, sulle tracce di un misterioso alchimista islandese, Arne Saknussem.
Forse forse, riflette Axel, meglio morire di fame, visto che, se partiamo, non è affatto detto che riusciamo a tornare.
Ma va da sé che alla fine cambia idea, altrimenti niente storia.
In fretta e furia - da Amburgo all'Islanda non è proprio una passeggiata fuori porta, le navi da e per Reykjaviik sono tutt'altro che frequenti - i due partono: se vogliono vedere l'ombra dello Scartaris indicare il passaggio per il centro della terra, devono sbrigarsi!
Il libro dà al lettore esattamente quello che promette: una discesa nelle viscere del pianeta, in un crescendo di meraviglie e pericoli. Avventura allo stato puro, con quella patina di verosimiglianza scientifica (Verne era un mago in questo) che lo rende ancora più intrigante: la discesa nella terra cava, i funghi giganti, la lotta fra Ittiosauro e Plesiosauro (i primi studi sistematici sui dinosauri risalgono al primi decenni dell'Ottocento, quindi Verne scrive di un argomento scientifico a lui contemporaneo e in pieno sviluppo), il gigantesco uomo primitivo, il mare infinito, l'uscita attraverso un condotto vulcanico... e molto altro.
E anche se, alla luce delle moderne teorie sulla formazione e sulla composizione della terra, le teorie esposte da monsieur Verne sono quantomeno bizzarre, chissenefrega! Sono anche tanto più affascinanti della deprimente realtà!
Ovviamente, il consiglio è uno solo: che state aspettando a leggerlo?
Dove si trova: in italiano e cartaceo, in libreria: per una volta, qualcosa che non sia introvabile!
In ebook ci sono alcune offerte convenienti: Newton Compton lo mette a novantanove centesimi, ma, se lo zio Jules vi piace, potreste prendere in considerazione l'acquisto (a quattro euro e novantanove) de I grandi romanzi (oltre a Viaggio al centro della Terra, ci trovate dentro: Parigi nel XX secolo, Dalla Terra alla Luna, I figli del Capitano Grant, Ventimila leghe sotto i mari, Il giro del mondo in 80 giorni, L’isola misteriosa e Michele Strogoff).
Se invece preferite leggerlo in inglese, io vi consiglio questo volume: Classic Science Fiction Collection. Per quattro euro e cinquantanove oltre a Verne (presente con Twenty Thousand Leagues Under The Sea, From The Earth to the Moon and Round the Moon, A Journey into the Interior of the Earth e The Mysterious Island) vi portate a casa anche Edwin Abbott Abbott, Edgar Rice Burroughs, John Wood Campbell, Raymond King Cummings, Arthur Conan Doyle, Tom Godwin, Andre Norton, H. Beam Piper, Mack Reynolds, Mary Shelley, Edward Elmer Smith e H. G. Wells.
Da leggere fino allo sfinimento, insomma!
Viaggio al centro della Terra - Jules Verne 1864

venerdì 24 maggio 2013

The Good Always Wins. Maybe.

La bella notizia (per me, ovvio) è che ho ricominciato a scrivere: ho ripreso in mano una storia cui tengo tanto e che avevo lasciato a metà. 
Siccome era passato davvero molto tempo, ho riletto la stesura. Dopodiché ho stilato la timeline. 
Amo le timeline.
Non servono solo a evidenziare se hai incasinato la scansione temporale, per cui Tizio parla di cose che non sono ancora successe (no,  non si può fare... non è mica il Dottore!) o incontra Caio morto dieci pagine prima (e non è né zombie, né vampiro, né altro di soprannaturale). La timeline serve a mettere in evidenza con quanta efficacia stai percorrendo le varie tappe che costituiscono la trama.
Nel mio caso, dopo cinque giorni i personaggi erano ancora lì a girare in tondo, senza aver fatto l'unica cosa che dovevano. 
Cinque giorni di dialoghi, di spostamenti ma, stringi stringi, cosa succedeva, ai fini della trama? Un accidente di niente. Nulla.
Ci sono rimasta male. E non perché mi tocca rimboccarmi le maniche e buttare un sacco di pagine. Ci sono rimasta male perché è (era) colpa mia: quando loro girano in tondo è perché io non so dove andare a parare. 
Perché non sono capace di pianificare
Questa volta, però, non posso permettermi di andare a braccio, anche adesso che so con buona approssimazione dove sto andando.
A causa dell'antagonista.
L'antagonista di Ultimo Orizzonte era facile da gestire: i suoi bisogni erano semplici, anche se francamente disgustosi, e non aveva troppi problemi perché, essendo una divinità, poteva contare su, come dire, un vantaggio naturale.
Questa storia ha un antagonista piuttosto complicato. 
Tanto per cominciare, è un manipolatore. Secondo, ha passato parecchio tempo a studiare e progettare le proprie mosse. Ha un piano e intende portarlo alla piena realizzazione. E poi ha una facciata da mantenere, il che vuol dire che, qualsiasi cosa succeda, lui deve uscirne immacolato. Quindi, deve trovare qualcuno che faccia il lavoro sporco al posto suo (e poi toglierlo di mezzo).
Per me, voglio dire la me scribacchina, questo significa piantarla di piagnucolare "no, a pianificare non ci riesco" e progettare le sue mosse nei minimi dettagli (mosse e motivazione, of course. La motivazione è fondamentale). Perché, per quasi tutta la prima parte della storia, è lui che fa il bello e il cattivo tempo. E lo fa in modo così sottile che gli altri neanche se ne accorgono.
Proprio per questo, oggi, mentre facevo brainstorming con l'insostituibile Babi, riflettevo e prendevo appunti mi è venuto in mente Once Upon A Time.
Lo so che apparentemente non c'entra, ma seguitemi.
Oltre al (melenso) I will always find you, l'altra catch-phrase è The good always wins.
Un caposaldo di qualsiasi storia: miti, fiabe, storie per ragazzi, narrativa di qualsiasi genere. Nella maggior parte dei casi, il bene trionfa.
E io oggi mi chiedevo: ma sul serio?
No, voglio dire, è lodevole, ma guardiamoci bene nelle palle degli occhi: quante volte ci è capitato di incontrare, nei libri o nei film, un supercattivo stra-organizzato e dotato di esercito che viene fregato da una compagnia di quattro sciagattati senz'arte né parte, che non hanno dalla loro il conforto del calcolo delle probabilità?
Forse sarò io ad essere superficiale - e chiedo perdono per questo - ma prendiamo l'eroe che è lì che vive la sua vita. A un certo punto, viene coinvolto in qualcosa - o perché ficca il naso dove non deve, oppure perché qualcuno lo coinvolge - ma il punto è: capita all'improvviso e lui viene sbalestrato all'interno di una vicenda che comporta, va da sé, una certa dose di rischio personale, per non parlare della posta in gioco. Non è mentalmente preparato, all'inizio.
Il cattivo no. Il cattivo, di solito, è quello che ha un piano. Che vuole qualcosa, o qualcuno, ma che, insomma, si rimbocca le maniche e cerca di raggiungere il suo scopo. Si impegna. A fare il male, d'accordo, ma si impegna. Chessò, recluta un esercito, rapina una banca, rapisce qualcuno, ruba componenti militari (ho ancora rigurgiti da Fast&Furious 6). Non viene buttato in mezzo ai casini: sa cosa sta facendo, dove, come, perché, a chi. Ha tutto quanto sotto controllo. (Deve essere un cattivo intelligente, eh, sia chiaro, quindi teniamo presente questa lista).
A me sembra logico che chi è in partita fin dall'inizio abbia maggiori possibilità di vincere. Infatti, ogni tanto, per compensare lo svantaggio si ricorre a qualche sporco trucchetto. Ed è proprio quello che non voglio fare.
I miei "buoni" hanno di fronte una luuuunga strada. E non è mica detto che vincano, eh.