giovedì 8 novembre 2012

I senza-tempo

La foto non è bella, lo so. Ma l'ho fatta io (nota pacciugona)
Da quando ho saputo che Messer Alessandro Forlani aveva vinto il premio Urania, ho atteso l'uscita de I senza-tempo.
Urania è speciale, per me, è un pezzo dell'infanzia, è il ricordo di una persona che non c'è più, è la porta per mondi nuovi e affascinanti, è il primo libro che ho letto. È anche uno (forse l'unico?) posto in cui si trovi della fantascienza in italiano.
Conoscere, anche se virtualmente, la persona che ha vinto il Premio Urania è straordinario. (Cioè, il Premio Urania! È una roba grossa, gente!).
Così, non appena il calendario è scattato su novembre ho cominciato a cercare il volume e - miracolo! - l'ho trovato quasi subito (non è che sia un buon posto, Spezia, per i bibliobulimici).
Me lo sono letto tutto d'un fiato ed eccomi qui a buttare giù le mie impressioni.
Innanzitutto, domanda secca: mi è piaciuto? Eccome!
A me e anche al piccolo nerd.
Avendo problemi con il concetto di "genere", adoro i libri in cui sono presenti influenze diverse e commistioni e I senza-tempo è uno di questi: c'è fantascienza, c'è qualcosa di fantasy, ci sono influenze steampunk, richiami a manga e anime e un bel po' di horror.
Dentro I senza-tempo ci sono tonnellate di fantasia. E tanta ironia, che ti fa ghignare anche quando, in effetti, la situazione per i protagonisti è brutta-brutta-brutta.
Io credo che il merito di tutto questo vada, senza nulla togliere agli altri, al villain per eccellenza: Monostatos, alchimista-negromante che si risveglia nel 2012, dopo un sonno di oltre 400 anni.
Monostatos è un sapiente del Seicento, quella è la sua mentalità, e lui, cattivo senza se e senza ma, la mantiene per tutta la storia. Lungi dal sentirsi "uomo del passato" - e dall'avere un complesso di inferiorità nei confronti degli umani moderni - si sente, al contrario, superiore a tutti loro. Li considera cibo, bestiame e non per via del fatto che effettivamente è di quello che si nutre, ma per il loro essersi annichiliti, per le facoltà impigrite e l'apatia intellettuale che li rende (oltretutto) insipidi e poco nutrienti. 
I suoi simili, gli altri senza-tempo (oh, sì ce ne sono altri), come scoprirà, si sono adattati, verrebbe da dire evoluti, hanno trovato il modo di vivere - se vivere si può dire - da nababbi, nascosti nelle pieghe della società al livello più altro, corrompendone il tessuto stesso e avvelenando l'intera realtà. Lui no. Lui resta fedele a se stesso, alfiere di un tempo andato e fiero di esserlo.
Se ne sbatte, Monostatos, di adattarsi al mondo: è il mondo che dovrà piegarsi, adattandosi a lui, che ha intenzione di consumarlo, insieme alla realtà stessa, fino all'annichilimento. 
Il contrasto fra il Ventunesimo secolo (2012-2024-2036), percorso dai prodromi di una crisi energetica strisciante che, con l'esaurimento dei combustibili fossili, sta riportando piano piano l'orologio indietro agli anni Sessanta del Novecento, e i modi di pensare, di parlare e di agire del senza-tempo, generano una sottile corrente di ironia che rende ancora più godibile la lettura. 
Onestamente, quando Monostatos scambia per carcerieri i vigilantes al servizio di un altro senza-tempo ("credevo vi tenessero in ceppi. Assaltavo una prigione per liberare un mio pari") e li massacra, sono scoppiata a ridere. Non per la scena del massacro - ne I senza-tempo sangue e budella e altre robe disgustose abbondano, ma è giustissimo così - ma per la toppata clamorosa.
Il gusto seicentesco è evidente negli ambienti in cui Monostatos vive, nelle creature delle quali si circonda, orrende commistioni di parti meccaniche e cadaveri (descritte in maniera evocativa e mai pesante), nel suo modo di parlare e nel suo gusto per la teatralità.
Il piccolo nerd, cui già brillavano gli occhi per via delle distorsioni nello spazio-tempo, ha iniziato a sorridere come lo Stregatto all'apparire del primo carrion. Quando sono comparsi gli Archiburoboti ha lanciato un urlo entusiasta E non vi dico come è andato in visibilio  per il Gigadaver. (Non capite? Filate in edicola e compratevi il volume!).
Per quanto riguarda i protagonisti umani, sono bei personaggi sia i tre ex-bambini, che Clara (e una menzione speciale per il tristissimo ex-bidello Stefano, poveraccio, guarda che fine gli hai fatto fare, Alessandro!), ma, onestamente, Monostatos giganteggia sugli altri e se li pappa a colazione (e non in senso lato).
Un difetto (che non è un difetto)? Troppo corto! Nel senso che la vicenda è compiuta così, finale aperto, ma è giusto, possiamo immaginarci Nauzika e Rommel (due dei protagonisti. Siete curiosi? Filate-in-edicola!) intenti nella loro crociata. (E, ovviamente, si fa il tifo per loro). Solo che se ne vorrebbe di più.
Due note.
Primo: la quarta di copertina non rende giustizia. I senza-tempo è molto più bello, ricco e divertente di come lo fa sembrare. Fidatevi.
Secondo: la copertina in sé e per sé. Richiama i primi Urania, quelli storici. Mi ha fatto strippare.
Adesso non mi resta che leggere l'appendice con le inchieste di Clara.
E voi cosa fate ancora qui? All'edicola, subito!
(Dimenticavo: bella la citazione su Raimondo di Sangro!)

martedì 6 novembre 2012

Survivor

No, è che ci sono delle volte in cui un po' ti senti una sopravvissuta.
Tipo ieri sera. Giornata pesante al lavoro, ma lasciamo stare, lo si sapeva, ero preparata. Arrivo a casa e il pensiero delle duemila parole, onestamente, mi sconfinferava molto poco. Voglio dire... c'erano la puntata nuova di Once Upon a Time e quella di Downton Abbey a fare le sirene della procrastinazione.
E invece no.
Perché ci siamo ritrovati senza telefono e senza rete: capita, quando cambi gestore telefonico.
Evvabbé, mi son detta, si vede che era destino. Meglio, nessuna distrazione, così scrivo e faccio la brava ragazza. (Notate, please, l'atteggiamento positivo: Pollyanna, prendi appunti!)
Mentre la carne scongela, accendo il netbook, per una rilettura veloce di quanto già fatto. E il progetto di Scrivener è vuoto.
Ho un momento di rigetto della realtà e lo spengo, ma, per non saper né leggere né scrivere, gli impedisco di backuppare.
Lo riavvio. Nisba.
Entro nella cartella Dropbox e cerco di far partire direttamente il project file, prima, e una conflicted copy, dopo. Quest'ultima risale alla fine d'agosto (pianificavo già allora), ma che, vogliamo pure fare gli schizzinosi in un momento di crisi nera?
Completamente. Vuoto.
Niente testo, niente appunti, niente index cards, niente immagini. 
Niente di niente.
Petrificus totalus, per dirla in modo potteriano. Fisso la schermata e non riesco a capacitarmi di come-diavolo-sia-possibile.
Dopo qualche decina di secondi, la guaina di pietra che avvolge il mononeurone si crepa e lascia passare un'onda sonora ad altissima frequenza. Traduzione: il backuuuuuup! dov'èèèèè il backuuuup?
In rapida sequenza: manuale (ovviamente in inglese, ma quello è il minore dei miei problemi), trovo la cartella dei back up. Dovrebbero essere file archivio, ma - che strano - hanno l'icona generica di Windows e non quella con la pila di libri. Va bene: don't panic (provo l'impulso di procacciarmi un asciugamano, che non si sa mai, ma soprassiedo). Seguo passo passo i consigli del manuale, perché lo so che, se tento di fare di testa mia, combino qualche casino.
Ligia come un soldato modello, copio l'ultimo .rar sul desktop e tento di aprirlo.
Solo che il pc non me lo riconosce.
Non c'è WinRAR. Ho un maledetto sistema operativo che non prevede uno strumento di apertura degli archivi di suo?! Ce l'aveva Xp, dannazione, Seven starter invece no? No. Rassegnati.
Ora, a questo punto ammetto di aver brevemente (ma intensamente) considerato l'idea di spalancare la finestra, afferrare il netbook (che è un cosino anche gradevole a vedersi, bianco e rosa pastello), e imbelinarlo di sotto con tanti saluti e baci.
Invece no. Mi sono fatta prestare una chiavetta USB dalla dolce metà (e dov'era la mia chiavetta, quando serviva? In ufficio), ho preso il file di backup e l'ho passato sul Vaio. Che è un computer serio - sette anni e fila ancora che è una bellezza - e ho finalmente potuto estrarre i dannati file dal dannato archivio.
Con il cuore in gola, ho avviato Scrivener. C'era tutto.
Ora, non so per quale motivo sia successo questo inconveniente, ma ho ottenuto due cose: ho imparato dove sono i back up ed ero talmente felice, dopo, che mi sono messa lì e, grata al mondo, ho scritto le mie duemila parole.
Tié, Pollyanna, piglia e porta a casa!


domenica 4 novembre 2012

NaNo-In-Progress

Avviso: per questo mese il blog sarà un tantino monotematico.
Come ha fatto Paolo, traccio un primissimo bilancio NaNoso.
Ieri sono stata proprio brava (e me lo dico da sola): duemilacinquecento parole e spiccioli dopo una giornata pesantissima. 
Sono in pari con il wordcount per oggi, ma si impone di andare avanti e mantenere la media.
Non mi preoccupa, visto che è domenica. Il difficile comincerà domani, quando avrò soltanto la sera (e si preannuncia una settimanaccia di quelle toste, probabilmente arriverò a casa ridotta uno straccio).
Anche stavolta, ho iniziato a fatica, poi ho cominciato a filare. 
Questa storia mi pone diversi problemi, perché ho deciso di cimentarmi con la fantascienza.
Ne ho letta tanta (il primo romanzo che mi hanno messo in mano è stato un Urania e non credo che avessi ancora otto anni), ma scritta quasi niente. Solo Il sonno del faraone
Quindi, sono un'assoluta esordiente e ne sto scontando il prezzo. Passare da un genere a un altro non è per niente facile: cambiano i tempi, i tagli, la terminologia. Sento molto l'incertezza di non sapere se stai facendo la cosa giusta nel modo giusto (ma questa dovrei proprio scrollarmela di dosso, ora. Avrò tempo in seguito per preoccuparmene). Inoltre, l'ambientazione è qualcosa di nuovo per me e, dopo due anni di Spéza, devo abituarmici.
Ma tengo duro e vado avanti: dovrò lavorare come un cane in fase di revisione, ma non mi importa. L'obiettivo attuale è - al di là delle duemila parole al giorno - arrivare al trenta di novembre con il first draft completo e la parola fine messa. Poi, un mese di decantazione, durante il quale non voglio neanche sapere che Kismet esiste, e dopo si comincia a ragionare.
Adesso, visto che ho tempo, mi concedo il lusso di rileggere tutto prima di attaccare.
Au revoir!

sabato 3 novembre 2012

Presa per sfinimento.

No, è che il piccolo nerd interiore è da ieri che pigola. Non so il vostro, ma il mio, quando non è a farsi i fatti suoi, attaccato a qualche videogame d'epoca - tipo Monkey Island II o Indiana Jones IV The Fate Of Atlantis -, pigola. Non lo fa a caso, è tutt'altro che scemo, lui: vuole qualcosa e sa che, se insiste abbastanza a lungo, la otterrà. Se non altro perché almeno sta zitto.
Volete sapere cosa pigola? Questo:
E provateci voi a lavorare e scrivere con qualcuno (stonato) che vi pigola faaaammi volare capitanooo senza una meta fra pianeti sconosciuti per rubare a chi ha di piùùùù (che poi non sa le parole, quindi ripete solo questo, ad libitum).
Insomma, è successo che ieri pomeriggio - giornata di non ponte, per me - sono approdata al parco vicino a casa con i cuginetti. Approdata fresca fresca (si fa per dire) di prove sul terreno, c'est a dire, fragrante di erba, fumi di scarico, olio e grasso di motore. (Capita, quando hai a che fare con un penetrometro leggero in età avanzata, ma ancora in gamba, eh, che poi si offende e rifiuta di accendersi quando sono nei pressi).
Comunque, dicevo, le giostre. A parte che conservano intatto quel fascino che sa più di aspettativa che di altro, il discorso è questo: da che mondo e mondo, alle giostre c'è la musica. Solo che - la cosa mi ha sorpresa, lo ammetto - non si trattava delle sigle dei cartoni animati di oggi (quali sono? Non lo so). Si trattava di una selezione quantomeno vintage: fra le canzoni spiccava, appunto, Capitan Harlock.
Che, ai tempi, ho guardato ben poco, o meglio, per niente: è andato in onda dal '78 al '79 e io avevo solo tre anni (però mi ricordo che avevamo un pupazzetto di gomma di Harlock, ereditato penso da un cugino più grande, che era fonte di aspra contesa fra me e mio fratello).
Per farla breve, ho deciso di guardare l'anime.
A quanto pare è un capolavoro assoluto (quantomeno il manga, l'anime credo che l'abbiano censurato a mostro, qui, come al solito). Ho iniziato il primo episodio - giusto iniziato, perché poi incombevano le duemila battute del NaNo - ma ho fatto in tempo a vedere l'entrata in scena e a pensare "Oh. Però l'Arcadia è figa!" (il piccolo nerd ha smesso di fare quella specie di lamento che lui chiama "cantare" per dirmi "Te l'avevo detto, io!").
Okay lo guardo e, lo ammetto, non solo per far star zitto il piccolo nerd: sono proprio curiosa. Tanto curiosa. E - proprio perché sono maniaca inside - ho già cominciato a pensare: "Sarebbe molto interessante leggere il manga..."

venerdì 2 novembre 2012

Il NaNo quotidiano.

Secondo giorno di NaNo e 2088 parole in saccoccia.
Ho ripreso l'inizio, rimpolpandolo, e adesso mi è leggermente più gradito (ma solo leggermente). Poi, fatto quello, sono andata avanti, arrivando fino a un cambio scena.
Ho scoperto qualcosa che non mi aspettavo del mio protagonista. Non so se sia normale che questi se ne escano con 'ste sorprese a questa maniera, ma ormai sono rassegnata: funziona così.
Sono contenta perché ho avuto meno difficoltà di ieri a ingranare - in realtà, non ho avuto difficoltà in senso assoluto. 
Potrei andare avanti, ma preferisco riflettere un po' su quello che mi aspetta domani. E poi non voglio strafare: credo che l'importante sia disciplinarmi, acquisire una routine. Questo significa niente eccezioni, né in senso positivo né in senso negativo.
Visto che sono stata brava e ho fatto i compiti, adesso mi premio: infuso caldo e bel libro. (Anche perché è stata una giornataccia e sono effettivamente molto stanca).

giovedì 1 novembre 2012

NaNo-Start


Ho rotto tanto le scatole e finalmente è cominciato! Il NaNo! Sono una donna felice!
Visto che la dolce metà ha deciso che dovevamo andare all'Ikea, ho potuto scrivere solo stasera, ma ero operativissima già da stamattina. Mi sono portata dietro netbook e manuali e, durante il viaggio, ho messo a punto gli ultimi dettagli di pianificazione. 
Poi, una volta a casa, sono partita all'attacco. Tutto sommato, l'impatto con la pagina bianca è stato tosto: in genere, quando mi rendo conto che "non va" non mi forzo a scrivere, ma, cavolo, saltare il primo giorno mi sembrava proprio un brutto modo di iniziare.
Devo dire che, dopo le prime trecento parole, però, ho cominciato a procedere bene.
Il bottino di stasera è di 2050 parole: ho deciso di seguire i consigli (vabbé, più che "consigli" gli "ordini") di Novelist's Boot Camp e di fissare un obiettivo di scrittura giornaliero: duemila parole almeno, e sono decisissima a rispettarlo. (Mi piace un sacco il tono da "poche mozze e scrivi" di questo manuale. Voglio farmi fare una tazza con il logo del Boot Camp e la scritta "Stop sniveling e do push-ups").
Ho riletto quel che ho scritto? Sì.
Ne sono soddisfatta? Assolutamente no, è un tappami Levante da manuale! L'immagine di apertura è loffia, i dialoghi non mi convincono, il punto di vista che ho scelto mi desta qualche perplessità e l'ambientazione - che mi piace - è ancora un po' troppo in sordina. Ma per ora va bene così, mi sono divertita a scrivere e tanto basta.
A differenza degli scorsi anni, ho uno straccio di storyline e sono riuscita a pianificare con abbastanza precisione: ho i primi quattro giorni di lavoro solo da scrivere ("solo", come fosse facile). Mi sono fermata perché ho raggiunto un bivio e voglio riflettere bene su cosa comporta lo scegliere l'una o l'altra soluzione.
Domani altre duemila parole, con un setting diverso da quello di oggi, che mi incuriosisce davvero tanto e non vedo l'ora di mettere in scena. Se chiudo gli occhi riesco a vederlo!