venerdì 5 ottobre 2012

Gratis et amore dei

Da qualche giorno a questa parte, sento discutere parecchio sulla seguente questione: "i blogger vanno pagati"?
C'è chi dice di no: "Ehi, non te l'ha mica ordinato il dottore di aprire un blog e scrivere degli articoli, perché io dovrei pagarti?"
C'è chi dice di sì: "I blogger svolgono un servizio di informazione spesso migliore di certi giornalisti con tanto di iscrizione all'albo."
All'inizio non volevo entrare nel merito della questione: è complessa e spinosa. Ma sono due giorni che ci rimugino e allora, tanto vale.
A mio modo di vedere, ambedue le affermazioni sono in parte vere: è senz'altro vero che i blog nascono dalla libera iniziativa del singolo. È altrettanto vero che alcuni blogger sono più precisi e ferrati dei giornalisti, specie si tratta di argomenti che li appassionano. Ed è sacrosantemente vero che alcuni giornalisti sono dei cani a scrivere e delle persone poco oneste.
Spesso, quando sono chiamati a recensire, che so, un libro, fanno un lavoro pessimo, perché non l'hanno letto. O, se l'hanno fatto, non ci hanno messo la dovuta attenzione: troppo poco tempo, forse? O, se si tratta di narrativa fantastica, non conoscono il genere. Non hanno le basi. O semplicemente, fanno qualche marchetta... e poco importa se poi la gente pensa di comprare un capolavoro e si ritrova fra le mani una chiavica.
E che dire di quando discettano di un argomento che non conoscono e sul quale, è evidente, non hanno voglia di informarsi? Una prova? Quella coppia di post sul blog del Fatto, scritti da una giornalista che non voglio nominare, sugli ebook.
No, non ce li metto, i link: la signora e le sue "opinioni" hanno già avuto più pubblicità di quel che meritano, non darò il mio contributo.
Una voce "giornalistica" dall'alto del piedistallo ha detto che "i blogger parlano di tutto e non sanno niente".
Oooookay, come dice qualcuno che lovvo molto, zuccherino e torna nella stalla.
Ci sono persone, là fuori, che hanno i controcosi e non parlano solo per dare aria alla bocca. Un atteggiamento del genere, oltre che essere snob, dimostra una totale ignoranza riguardo alla blogosfera italiana. Come al solito, si apre la ciabatta a sproposito.
Tuttavia, al di là delle chiacchiere di gente che - questa sì - apre la bocca e dà fiato, il problema è il pubblico. O buona parte del pubblico.
Le persone che leggono e commentano ogni giorno quel dato blog e, al momento del fatidico "ma tu pagheresti?", si ritirano nel guscio come le lumache, lasciandosi dietro un bel grappolone di bollicine bianche.
E questo è un problema di mentalità. Il solito, annoso, maledetto problema della mentalità italiana. Perché noi siamo il paese dello scrocco. Il paese del "fatta la legge, trovato l'inganno", il paese dove se evadi le tasse non sei un criminale, sei un furbo. E dove si sfrutta fino all'osso prima di gettare via le persone come fazzoletti usati.
Andando sul personale, su quello che farei io, alla domanda secca: "Doneresti un euro a un blogger per sostenerlo nell'esercizio della sua attività?"
La risposta è "Sì."
Se il blog mi piace e mi interessa, certo. Penso che il valore di un prodotto vada corrisposto e non solo in termini di "visibilità" o "numero di accessi giornalieri". Ecco perché gli ebook me li compro.
Poi, oh, il mondo è bello perché è vario: non vuoi pagare perché ti rompe l'anima dare un euro - e magari ne butti quasi mille nell'iPhone 5? Perfetto. Ma dillo. Chiaro e tondo.
Tiri fuori le palle e lo dici: "No, io un euro non te lo voglio dare. Se è gratis ti leggo, se è a pagamento, faccio a meno".
Così ci risparmiamo sceneggiate della serie "no, ma perché se ti pago poi ti cala l'entusiasmo".
Infine, un'altra questione: quella relativa all'affermazione secondo cui "I blog non sono un prodotto giornalistico. Sono commenti, opinioni su fatti in genere noti: è uno dei motivi per cui i blogger non vengono pagati."
Sono rimasta a bocca aperta, incredula.
Scindiamo la questione: un po' di tempo fa, e scusatemi se ricordo male, uscì la proposta di far rientrare i blog nella definizione di "testata giornalistica", con tutti i costi e le responsabilità che questo comporta. Ecco perché anche qui, sul fondo della colonna di destra, c'è un bel disclaimer.
A prescindere da quanto bravo sia il blogger, i blog, legalmente, non sono un prodotto giornalistico. Nudo e crudo.
MA.
Ma se tu chiami dei blogger a lavorare, li paghi. Con i soldi, la moneta, il peculio, il vil denaro. Non con "la visibilità". (Meno male che sono una signora, altrimenti mi scappava detto dove ficcartela, la visibilità.)
Perché ho il dubbio che mi si stia prendendo in giro e la cosa mi infastidisce. 
La domanda sorge spontanea: se i blogger sono solo gente che commenta - e su fatti in genere noti, quindi senza nemmeno metterci l'impegno di andare a cercare qualche argomento di discussione diverso dal passaparola quotidiano - per quale ragione li chiami a scrivere? 
Delle due l'una: o sono solo persone che blaterano di tutto e niente, o sono persone che riescono a fare informazione in un modo nuovo e più al passo con i tempi. E visto che ho letto in giro di una prima infornata da duecento blogger e di una probabile seconda altrettanto consistente, mi viene da pensare che sia la seconda che hai detto (cit.).
Il lavoro va pagato, sempre e comunque. Altrimenti, è schiavitù. E la schiavitù, correggetemi se sbaglio è fuori legge da un bel pezzo.

E alla fine arriva il titolo.

Ieri sera ho avuto un'interessante conversazione telefonica con la Socia Ais, che verteva (più o meno, perché tendiamo a divagare, noi due) sui differenti approcci alla scrittura.
Devo confessarvelo: io la invidio moltissimo (in senso buono). 
Prima di tutto, lei, come vi ha detto nel post di ieri, scrive sempre. Io sono lenta, pigra e discontinua. Venire a patti con la natura molto più - diciamo - episodica della mia scrittura è stato un boccone amaro da mandare giù e ancora oggi ogni tanto torna a farsi sentire, peggio dell'aglio o dei peperoni.
Perché, vedete, nella mia testa c'è una vocina (il solito diavoletto cinico) che mi sussurra: "Il vero scrittore è quello per cui scrivere equivale a respirare... tu, che puoi farne a meno, cosa sei?"
Di solito rispondo: "Una scribacchina allenata all'apnea?"
Ma è uno sparo a salve e lo so benissimo anche io. 
Perciò, ecco il fatto: se scrivo, mi diverto. Se ho troppo da fare, sono stanca o, peggio, depressa, non scrivo. Ci provo, ma nisba. E posso andare avanti nell'inattività per mesi. Non che la cosa mi faccia stare bene, certo. A parte i dubbi pseudo-esistenziali (avete notato? Chi scrive, in genere, si fa miliardi di pippe mentali), mi sento proprio una perdigiorno sfaticata.
Altra cosa per la quale la invidio è il suo modo di maneggiare i personaggi
Lei sa sempre cosa quel personaggio potrebbe dire/pensare di una data situazione. Riesce ad avvicinarsi tantissimo, a infilarsi letteralmente nella loro pelle, cosa che io, proprio, non riesco a fare. Anzi, no. Non è che non ci riesca - ci riesco, eccome - è che, ogni volta che lo faccio, la storia si ferma. Perciò, evito.
Mentre lei per i personaggi è un po' una madre (a volte matrigna, perché non si fa problemi a farli soffrire orribilmente ed è giusto così), io sono più... un principale.
Loro hanno il loro spazio, io ho il mio. E che se ne stiano al loro posto.
A meno di eccezioni - quando proprio partono per la tangente e fanno sbarellare tutto quanto - io li lascio liberi di comportarsi come più aggrada loro, ma non voglio sentirli parlare nella mia testa (c'è già il diavoletto, basta e avanza). Non mi innamoro, non fangherleggio... quando va bene mi stanno simpatici. E nemmeno tutti. 
Non mi interessa neanche sapere che aspetto hanno. Da lettrice, mi scoccio quando mi descrivono per filo e per segno la pettinatura della protagonista, o l'esatta sfumatura di colore degli occhi del protagonista... non me ne può fregare di meno (con l'eccezione che, per un qualche motivo, questi dettagli siano funzionali alla storia, allora hanno un senso).
Le invidio (sempre in senso buono) anche la capacità di maneggiare i sentimenti. Le storie d'amore, nello specifico.
Da quando ho ripreso a scrivere, dopo una pausa "di riflessione" un po' lunghetta - dieci anni, che vuoi che sia - ho capito una cosa: "scrivi di ciò che ti entusiasma" è la sacrosanta verità. 
Non lo so se sono io a essere fatta male, o se è così per tutti, ma, per reggere l'impegno di un romanzo intero, ho bisogno di carburante: un argomento e un'ambientazione che mi interessino. E, anche se ho dei problemi con il concetto di "genere", il discorso è che mi piacciono le storie d'avventura. Poco importa che siano post-apocalittiche, o futuribili, o fantasy, o western. Voglio pericolo, inseguimenti, un po' di sangue e budella se è il caso... i tormenti dell'animo non sono al primo posto nella mia lista di gradimento.
Li leggo, ma non li so scrivere. E la cosa un po' mi rode.
E poi, l'ultima cosa, e questa gliela invidio davvero tanto, ha un ottimo istinto per i titoli. Io sono fortunata se, dopo aver messo la parola "FINE" ne trovo uno che sia appena appena decente.

giovedì 4 ottobre 2012

Subbaqqui

Hydropunk si avvicina e, visto che l'elemento irrinunciabile è l'acqua, ho pensato che potesse essere utile un riassunto su alcune cose di cui tenere conto quando si ambientano delle scene sott'acqua.
Come ci si vede, sott'acqua?
La luce visibile è (anche) un'onda e quando passa da un mezzo (aria) a un altro (acqua) parte viene rifratta e parte viene riflessa. L'ammontare dell'una e dell'altra variano a seconda dell'angolo di incidenza con il quale arriva, il che dipende da ora, stagione e latitudine.
La luce è composta da uno spettro di lunghezze d'onda differenti, a ciascuna delle quali è associato un colore e colori diversi arrivano a profondità diverse. Considerate che il rosso sparisce entro i primi cinque metri, l'arancio arriva fino a quindici, il giallo a trenta e il verde arriva fino a sessanta. L'ultimo è il blu, che può arrivare anche fino a quattrocento metri (se l'acqua è davvero limpida e ci sono condizioni ottimali). In realtà, l'occhio umano tende a compensare automaticamente, quindi non è che si vede monocromatico. Al di sotto, la luce svanisce piano piano (infatti la chiamano "zona crepuscolare") e poi buio pesto. Se ci sono materiali in sospensione il discorso cambia. Nella peggiore delle ipotesi, il vostro personaggio potrebbe avere parecchie difficoltà a vedere anche a cinque metri dalla superficie. La visibilità "orizzontale" è un'altra questione importante: se l'acqua è torbida, anche riuscire a vedere in un raggio di pochi metri può essere un bel casino.
[Ah, il vetro della maschera ha un effetto deformante: ingrandisce un po' e ci sono difficoltà a giudicare bene le distanze.]
E la pressione? Sfatiamo un mito: i liquidi sono incomprimibili e noi siamo fatti di liquido per circa l'ottanta per cento, ecco perché non ci sentiamo schiacciare. Il problema nasce per il restante venti per cento: la nostra parte gassosa (non le puzzette! La cavità toracica e le vie aeree superiori!). Facciamola semplice: le grandezze che caratterizzano i gas sono pressione, temperatura e volume. E sono interconnesse: se sono a temperatura costante e aumento la pressione, il volume si riduce, perché il prodotto fra le due deve rimanere costante.
Viceversa, se diminuisco la pressione, il volume aumenta.
Perciò, se sono in equilibrio a 3 atmosfere, decido di salire e non butto fuori l'aria man mano, questa aumenta di volume e io mi becco un barotrauma.
Inoltre, l'aria è, in realtà, una miscela di gas diversi. A noi interessano l'ossigeno e l'anidride carbonica, per via dello scambio gassoso nel sangue, ma quello che fa casino nelle immersioni è l'azoto. Quando iniziamo a scendere, passa in forma liquida, e si trasferisce dai polmoni al sangue. Durante la risalita, l'inverso: cambia di stato e da liquido ritorna gassoso, passa nel sangue venoso e viene espirato via. Tutto liscio?
Col cavolo. Se si sale troppo in fretta succede come quando si apre una bottiglia di Coca cola di colpo: un sacco di bollicine che vengono su e scoppiano tutte insieme. Ecco perché si fanno le tappe di decompressione: per smaltire l'azoto piano piano, buttandolo fuori senza conseguenze. Quindi, se il vostro personaggio si fa da 100 metri alla superficie in pochi minuti... meglio che abbiate pronta una camera iperbarica. (Il calcolo delle tappe di decompressione, comunque, non considera soltanto la profondità, ma anche il tempo di permanenza. I subbaqqui moderni usano il computer da immersione, una volta c'erano delle tabelle apposite). 
L'azoto, poi, ha anche un'altra simpatica conseguenza - che si manifesta però a profondità elevate: sotto certe pressioni, si miscela con l'ossigeno e forma... gas esilarante. No, sul serio. Prima ti sbellichi, poi ti rincoglionisci a tal punto che perdi la concezione di dove sia l'alto e dove il basso e rischi davvero di rimanerci secco. Ecco a voi la narcosi da azoto.
Per quel che riguarda l'attrezzatura, diciamo che mi limiterò a quella che mi interessa maggiormente: l'attrezzatura da palombaro classico
A differenza di chi si immerge con le Atmospherical Diving Suit, il palombaro classico è esposto ai rischi dell'embolia e deve fare tappe di decompressione. La differenza fra lui è il subacqueo - a parte quella ovvia: uno cammina, l'altro nuota - che è il subacqueo ha la sua scorta d'aria e la possibilità di risalire autonomamente, il palombaro è legato - nel vero senso della parola - alla superficie. (In realtà, può risalire anche da sé con una manovra che si chiama pallonata, gonfiando lo scafandro elastico fino a portarsi in assetto positivo, ed esistono dei respiratori autonomi, il più antico dei quali è l'aeroforo Royquarol-Denayrouze, 1865, ma si usa di più la manichetta dell'aria).
Il palombaro classico, poveretto, si porta addosso un mucchio di peso. Lui sul fondo deve arrivarci e riuscire a muoversi e a lavorare, in barba ad Archimede e al suo principio.
Perciò abbiamo, da dentro a fuori: un completo di lana - maglia, pantaloni, calzettoni, berretto e sciarpa - perché giù fa un freddo porchissimo e i turni di lavoro durano ore. Sopra c'è la tuta impermeabile, di tela gommata, con rinforzi su gomiti, ginocchia e cavallo. È a doppio strato: il più esterno (sentina) è predisposto per eventuali infiltrazioni d'acqua, in modo che il palombaro resti all'asciutto. I polsini e le caviglie della tuta hanno risvolti gommati e sono molto stretti, per prevenire infiltrazioni, il collo, gommato anche quello, ha dodici fori che servono per avvitarci il collare e, di seguito, l'elmo.
L'elmo - che è la caratteristica più riconoscibile - pesa circa quindici chili. Poi ci sono le due zavorre - una sul petto e una sulla schiena. Siccome la loro funzione è tenere giù il palombaro, dipende dall'entità della spinta che egli riceverà: comunque, si va da minimo 25-30 chili. E poi le scarpe piombate - 18 chili l'una. Non è finita qui, in realtà, perché poi ci sono da considerare: l'eventuale aeroforo, sulle spalle. La sacca degli attrezzi. Torcia e coltello. Inoltre, il poveretto si trascina dietro: la manichetta dell'aria, avvitata a un'apposita imboccatura dell'elmo, il cavo telefonico e la braga, la cima di sicurezza che consente, in caso di problemi, di recuperarlo alla svelta.
Insomma, parliamo di un'ottantina di chili come ridere, il che spiega come mai ogni palombaro abbia un operatore di appoggio - detto guida - che lo aiuta nella vestizione, nella discesa in acqua e nella risalita.
E le profondità? I palombari oggi sono impiegati a profondità elevate, quando si tratta di riparazioni su piattaforme petrolifere. Non volendo sbilanciarmi su un valore massimo - ne ho trovati diversi, ma non ci sono fonti citate - si può tranquillamente considerare almeno duecento metri.

Tutte le immagini sui palombari vengono da qui, e, se l'argomento vi interessa, ecco il sito della sezione italiana della Historical Diving Society: pieno di notizie e foto interessanti. 
Inoltre vi consiglio questo: io ce l'ho ed è bellissimo.



lunedì 1 ottobre 2012

Di serie tv.

Una delle cose che mi piacciono dell'inverno - a parte la possibilità di sollazzarmi in ufficio con té e infusi di vario genere e tipo, coccolandomi le mani con la tazza bella calda - è che ricominciano le serie tv. 
Non quelle italiane - bleah! - ma quelle inglesi e americane.
Io ne seguo tre - per adesso, ma potrei benissimo essere fulminata sulla via di Damasco da qualche altra.

Once Upon A Time.
Scoperta l'anno scorso quand'era già alla quarta puntata, è diventata una delle mie preferite nel giro di pochissimo.
La prima stagione è un magistrale esempio di uso del flashback: se ti lasci accalappiare non ne vieni più fuori! 
Le rielaborazioni dei personaggi delle fiabe - e del loro background - sono molto convincenti e poi beneficia di due dei migliori cattivi di sempre: una Evil Queen tremenda (l'attrice è bravissima!) e il mio preferito, l'ambiguo Rumplestiltskin (Rober Carlyle in grande spolvero). La sua love story con Belle - gli hanno affidato il ruolo della Bestia, oltretutto - ha fatto venire fuori di prepotenza la romantica repressa che è in me.
Alcuni personaggi mi hanno convinta di più (Emma, August, Graham), altri meno (Biancaneve, troppo buona per essere vera, e il Principe, che nel mondo reale è un impiastro d'uomo se ce n'è uno).
La seconda stagione è iniziata ieri e il primo episodio - Broken - non mi è piaciuto moltissimo. Forse è stato per via delle aspettative, davvero molto alte, ma ho avuto la sgradevole sensazione che alcune cose fossero forzate (la presenza di Mulan su tutte). Mi dispiacerebbe, perché ho aspettato con ansia che ricominciasse e detesterei rimanere delusa.

Castle.
Vediamo se indovinate perché ho cominciato a guardarla...
Ok, lo ammetto: è per via di Firefly. Però devo dire che mi ha preso abbastanza: i casi sono intricati il giusto, lui è un personaggio divertente - ha l'anima del dodicenne casinista - e la chimica di coppia funziona alla grande. Avevo un po' di dubbi per via del fatto che, alla fine della scorsa stagione, i due hanno concluso - quattro anni di situazione in sospeso! In genere, quando la tensione sessuale irrisolta va a farsi benedire, le serie hanno un calo di ascolti, ma per ora mi pare che gli sceneggiatori abbiano l'intenzione di mantenere il rapporto di coppia a livelli di mielosità accettabili, puntando più che altro sui battibecchi e rendendo il tutto divertente e leggero.

Downton Abbey.
In attesa della terza serie di Sherlock (penso inizino a girare a gennaio 2013) mi consolo la terza di Downton
Alle vicende della nobile famiglia Crawley si intrecciano quelle della servitù che mantiere in efficienza la splendida Downton Abbey. Sullo sfondo, le rivoluzioni di un periodo storico che erode le tradizioni e le rende obsolete.
Ricostruzione storica meravigliosa, attori eccellenti, personaggi interessanti e sfaccettati.
Un piacere per gli occhi e, se amate le atmosfere inglesi, non potete farvela sfuggire.

In realtà, ce ne sarebbe anche una quarta.

The Big Bang Theory.
Le prime tre stagioni mi hanno fatta morire dal ridere, lo ammetto. La quarta meno, ma andava ancora bene.
La quinta ha iniziato a mostrare un po' la corda, perciò non so se seguirò o meno la sesta - ricominciata da poco.
(Però Rajesh è adorabile!)
 

domenica 30 settembre 2012

L'angolo della monomania -Doctor Who: The Angels Take Manhattan

E ci siamo arrivati: ultima puntata con i Pond.
Amy non l'ho mai tollerata, Rory invece mi è simpatico, perciò un po' mi dispiace. Ma non vedo l'ora che ci sia la prossima companion in pista.
Ero parecchio curiosa di sapere cosa sarebbe successo - più che altro, se ci avevo azzeccato - e sì, per la cronaca, ci avevo azzeccato.
Allora, iniziamo con il dire che l'episodio è complicato. Ci sono un sacco di zompi temporali, loro che tentano di scappare e gli angeli che li riportano indietro, o meglio, riportano indietro Rory (perché proprio Rory? Non si sa, don't ask. Moffat dixit) e il dottore, Amy e River, ricomparsa per l'occasione, gli vanno dietro. Quando si ha a che fare con una cosa così complessa, paradossi su paradossi, punti fissi che non sono tali e lo diventano, si è così confusi che non si riesce a capire se lo sceneggiatore ti racconta delle belinate o no. Vai a fiducia. (E io di Moffat non mi fido nemmeno un po').
Mantenere queste righe - non le voglio neanche chiamare "recensione" - spoiler free è difficile, a parte che basta un giro su Twitter per sapere tutto quello che c'è da sapere in merito.
Perciò, mi limiterò alle mie impressioni personali. Fermo restando che non amo le ambientazioni americane per il dottore - ma questo è un mio parere - diciamo che l'episodio non ha né capo né coda.
Mi spiego meglio: questi se ne stanno lì, belli tranquilli a godersi una vacanza a Central Park (sul famoso masso erratico immortalato in ventordici milioni di film), con tanto di libri e cestino da pic nic.
Apro parentesi: nella finzione scenica, Amelia è invecchiata. Ci viene detto allo sfinimento (stavolta, le mettono gli occhiali per leggere e il dottore nota che ha le rughe intorno agli occhi). Solo che la Gillan è sempre la stessa (bellissima ragazza, fra l'altro). Ora, o le mettete un po' di trucco, o evitate di dirci stronzate. Chiusa parentesi.
Insomma, sono lì pacifici e succede che Rory va a prendere il caffè per tutti e - puff!- scompare. Perché? Non si sa, ma ci sono di mezzo gli angeli. Perché ricompare giusto in tempo per essere trovato da River? Non si sa. Che dite, possiamo riadattare il sempre valido "perché è fantasy"?
Comunque, dal rapimento di Rory in poi, il delirio. Questi che corrono avanti e indietro, angeli che spuntano da ogni parte, in tutte le forme e le dimensioni.
Apro parentesi. La statua della libertà. Ora, trasformata in angelo fa scena, lo ammetto. Ma cazzarola, gli angeli si possono muovere solo quando non li si guarda. Com'è possibile che un mega angelo di quasi cinquanta metri se ne vada in giro e nessuno veda niente? Ho capito che il personaggio di scena in quel momento è girato dall'altra parte, ma che sta, nel deserto? Anche se siamo nel '38 e di notte, New York fa sempre un bel po' di abitanti ed è la città che non dorme mai! Se anche non la vede lui, la potrà ben vedere qualcun altro? Chiudo parentesi.
Ma i WTF moment non si fermano qui. Lo sapevate che il dottore può usare il suo potere rigenerativo per curare qualcun altro? No? Sapevatelo, su Rieducational Channel.
Comunque, per tirare la volata, a me 'sto episodio non è piaciuto granché. Prima di tutto, come ho detto, mi è sembrato una sarabanda senza capo né coda. Inoltre, ho capito l'impatto emotivo, i Pond che se ne vanno e tutto quanto, ma lo strappalacrime mi urta: è un trucchetto da quattro soldi. E poi, strappalacrime: in fondo, va a finire anche bene. Non per il dottore, no, che ancora una volta si ritrova solo.
E ora, aspettiamo lo special di Natale.

venerdì 28 settembre 2012

Thor

Ieri sera ho visto Thor.
Essendo ignorante in materia di supereroi, non ho la minima idea di quanto fedeli al personaggio originale siano film e caratterizzazione. Non so neanche se esista un originale fumettistico del film (ok, rabbrividite). Ma non è importante, per quello che voglio dire.
I due Iron Man mi sono piaciuti (tanto).
The Avengers mi è piaciuto (abbastanza).
Capitan America ancora non l'ho visto (ma rimedierò per via di questa recensione).
Thor non mi è piaciuto affatto. 
Secondo me è brutto. Ma brutto a livello di scrittura: pieno di stereotipi e con una caratterizzazione dei personaggi che fa ridere i polli.
All'inizio del film, Thor è, ammettiamolo, la versione muscolosa e asgardiana di un bimbominkia. (Cerco di sorvolare sul fatto che i manzi testosteronici non sono molto di mio gusto.) Fa i capricci, mioddio! 
Odino, vogliamo parlarne? Tu affidi la corona a uno che tiene il cervello nei pugni e, oltretutto, lo sai pure! A me non sembra esattamente un'idea furba, ma se hai deciso così...
Com'è da aspettarsi, sennò col cavolo che va avanti il film, Thor fa esattamente il contrario di ciò che avrebbe fatto una persona intelligente: invece che starsene a cuccia, va ad attaccare briga con i Giganti di Ghiaccio, tirandosi dietro il manipolo dei suoi amici (personaggi così scialbi e bidimensionali che di loro non ricordo nemmeno i nomi. So che c'è una tizia popputa e uno che mangia come Obelix) e Loki (ma su di lui ci ritorno), il resto è nebbia in val Padana.
Arrivati dai giganti, si trovano nella merda (d'altronde sono cinque e questi sono ventordici milioni, grandi e cattivi) e quando il Re dei Giganti, dopo avergli detto sostanzialmente la verità ("sei un bambino che vuol dimostrare di essere un uomo"), lo chiama principessina, Testosterone-Thor reagisce come Marty McFly quando gli danno del codardo. 
Come da copione, azioni, effetti speciali e botte da orbi. Andiamo al sodo: il nostro furbissimo eroe va a tanto così dallo scatenare una guerra. Odino - giustamente - s'incazza (come non avesse nulla da rimproverarsi: chi gliel'ha messo in mano, a 'sto scemo, il martello ultrapotente? Vabbé) e lo mette in punizione: lo sbatte sulla terra, in esilio, senza poteri e senza martello, tié, così impari.
(I terrestri ringraziano per venire considerati meno dei custodi di una discarica intergalattica.)
Thor fa come l'uomo che cadde sulla terra (ma senza il fascino di David Bowie), giusto in tempo per farsi mettere sotto dal furgone del suo futuro love interest, Jane.
Jane, cara, che lui sia fico, okay, se ti piace il tipo (il giretto di Hemsworth a petto nudo e pantaloni a vita bassa, addominali e pettorali in vista, è puro fanservice), ma non è che ti puoi proprio far azzerare la funzionalità dei neuroni.
Ma, a quanto pare, un biondone largo come un armadio a due ante che ti piomba addosso dallo spazio è un trauma troppo grande e questa passa il resto del film a ridacchiare come una cretina e fare gaffes imbarazzanti, sbavando senza ritegno dietro al suddetto biondone che è (evidentemente) cieco come una talpa, perché non se ne accorge. 
Fra l'altro... Jane è carina, superintelligente ("il lavoro di una vita"... ma se hai sì e no vent'anni, quando hai cominciato a fare esperimenti? All'asilo?) e vive in un camper. 
Camper. Va bene. Da una così ti aspetteresti un posto lindo. In ordine.
Ci sono un casino e una sporcizia che manco in quello di Riggs in Arma Letale I
EPIC FAIL, Jane.
Quello che mi ha lasciato più perplessa, non è tanto che questi stanno insieme due giorni e si innamorano perdutamente (e non si sa perché!), ma che, nel giro di questi benedetti due giorni, Thor si trasforma da bimbominkia a eroe maturo in grado di portare il peso della corona (no, no, i capricci non li faccio più!). Per aMMore, eh. Amor omnia vincit, che meravigliosa stupidaggine!
L'unico personaggio con un minimo di senso e profondità è Loki.
Prima di tutto, perché Hiddleston è un attore molto bravo: basta guardarlo nelle scene con Thor, all'inizio (lo fissa e vedi che sta pensando "ma sei proprio un deficiente") o con Odino, durante la rivelazione. A confronto, Hemsworth ha un'espressività degna di Dolph Lundgren o Arnold Schwarzenegger. Ho cercato invano l'immagine del sorriso idiota che fa quando la tipa che lavora con Jane lo fotografa per metterlo su Fb.
E poi perché Loki è l'unico che ha:
1. intelligenza;
2. un conflitto interiore degno di questo nome;
3. un problema vero (complesso di inferiorità grosso come una casa).
Che tutto questo sia racchiuso in una confezione decisamente gradevole alla vista è un valore aggiunto.
Visivamente, il film non è brutto, anzi. Le scene ambientate ad Asgard sono molto suggestive. Ma più ci penso e più mi convinco che, a livello di scrittura, è tremendo. Non oso immaginare il secondo (ma penso che lo guarderò lo stesso... per via di Loki e perché c'è Chris Eccleston!).
Ah, una nota sul doppiaggio.
Guardatelo in inglese. È meglio.

giovedì 27 settembre 2012

L'editor

Lo ammetto: qualche anno fa ero molto più divertita di oggi dalle discussioni fra autori e lettori, specie se si trattava di geGni nostrani. Oh, okay, vuoto proprio il sacco: ho lurkato qualcuno dei match più sanguinolenti.
Il diavoletto che è in me ha appena sputato per terra dicendomi che sono noiosa. Non ha usato esattamente questo termine, però. È che ho smesso di interessarmi a questi litigi e lui non l'ha presa bene.
Fra i vari pomi della discordia - ce n'erano e ce ne sono a bizzeffe - uno dei più grossi riguarda l'editor.
Vi faccio due esempi.
Caso n.1: "Non è colpa mia se non so mettere gli apostrofi, non ho avuto un editor!"
Caso n.2: "Ma questo personaggio è morto nel capitolo scorso! Com'è che ora se ne va in giro come niente fosse? Cosa cavolo faceva l'editor, invece di controllare quel pasticcione dell'autore?"
(Diavoletto, piantala con quell'aria nostalgica. Di rimettersi a leggere risse virtuali non se ne parla, fattene una ragione.)
Oggi che di editor ed editing so qualcosina di più, penso sia giusto mettere qualche puntino sulle i.
L'editor non riscrive il testo. 
In prima battuta, quando si lavora sulla struttura della storia, è quello che aiuta a tirare fuori gli aspetti interessanti che magari non hai sviluppato a dovere, a eliminare lungaggini, a scoprire buchi logici o punti deboli nella trama.
Il suo punto di vista resta sempre esterno. Ti può chiedere di chiarire meglio qualcosa - e allora ti viene un'idea azzeccata cui non avevi pensato - o può farti notare che in un certo punto la storia non si capisce bene, o perde la direzione e gira in tondo, oppure che, molto onestamente, il personaggio X fa delle cose a caso. Ma chi si mette lì e scrive è sempre e comunque l'autore.
Fra parentesi: se hai la fortuna di avere un editor - un professionista, non un beta-reader, senza nulla togliere - non è una mossa furba fare lo Scvittove che non vuole toccare il Sacro Testo. L'ultima parola è sempre la tua. 
Nessun editor serio ti imporrà le sue scelte, men che meno un editing fatto senza la tua collaborazione, ma le sue proposte vanno ascoltate con attenzione e ponderate, prima di decidere cosa fare.
L'editor non corregge gli strafalcioni in italiano.
Cioè, poi lo fa lo stesso, ma non è lì per quello. Nella fase due, quando lavori "di fino" sul testo, sbroglia periodi arzigogolati, scova le ripetizioni, suggerisce alternative.
Non è la Maestrina dalla Penna Rossa.
Lo scrittore, o chi si reputa tale, deve - e sottolineo deve - conoscere l'italiano. Che, fra l'altro, non è una lingua semplice: qualche scivolone può capitare a tutti. Ma ortografia, consecutio, apostrofi, coniugazioni e ausiliari,  concordanza soggetto-verbo e sostantivo-aggettivo vanno maneggiati con assoluta sicurezza. Un errore a quel livello non è accettabile. All'autore che li sbaglia non serve un bravo editor: urge uno stage di grammatica alle elementari.
L'editor non è tenuto a controllare il tuo livello di documentazione.
Prima credevo che alcune delle più plateali prove di assoluta mancanza di documentazione - vedi il famigerato architrave con chiave di volta e il tiro con l'arco che è facile e poco faticoso, ambedue by Troisi - fossero da imputarsi a mancanze da parte dell'editor.
Cavolo! Non ha controllato che l'autore conoscesse effettivamente quello di cui stava parlando.
Sbagliato.
L'editor non è un tuttologo: se scrivi una storia d'avventura con protagonista una cozza, non puoi pretendere che il poveretto si vada a studiare tutto lo scibile umano su questi simpatici molluschi al posto tuo. (Comoda la vita, eh?)
Se si tratta di cultura generale - vedi la stupidaggine del tiro con l'arco: non serve essere un arciere, basta ricordarsi di Ulisse e dei Proci, un bell'esempione classico - può evitarti una figuraccia (nel caso della Troisi evidentemente non è successo), ma quando si va sullo specifico - e ci si deve andare, perché l'autore deve documentarsi - lui alza le mani e spera in bene che lo scrittore abbia fatto tutto il lavoro preparatorio da bravo ragazzo.
Cos'è l'editor?
È l'altro genitore del tuo romanzo.
È quello che ti sopporta quando ti fai delle paranoie sul testo che non va bene, sul protagonista che, rileggendo, non ti convince poi così tanto, sul personaggio Y che "cielo, è inutile, potremmo anche tagliarlo del tutto", oppure sul "sai, ho pensato, magari potremmo aggiungere un giorno alla timeline" (quando gli fai 'sto scherzetto a pochissimi giorni dalla consegna del file al correttore bozze è probabilmente quello che ti vorrebbe strozzare, ma ha il buon gusto di non dirtelo).
Aiuta, e molto. Moltissimo.
Ma.
Non è onnipotente. Non è onnisciente. Soprattutto: non lavora al posto tuo.
Se c'è uno che deve sfinirsi per migliorare il testo è l'autore: nessuno può sperare di conoscere meglio la storia e ogni suo retroscena.
Nessuno può amarla più di chi l'ha scritta.
Lavorare per migliorare le proprie storie è un atto d'amore, forse più che scriverle. E gli atti d'amore, amore vero, non funzionano per procura.